Attualità

Haters ed hate speech: a che punto siamo?

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di Alessia Sorgato

 

Se Stanley Milfred e Philip Zimbardo ipotizzassero di ripetere, aggiornandoli, i noti esperimenti di psicologia sociale che idearono rispettivamente nel 1961 e nel 1971, non avrebbero bisogno di selezionare volontari: ne troverebbero già a bizzeffe in rete.

L’odio e la violenza, che i loro studi slatentizzarono nei soggetti che presero parte alle loro analisi, sono già presenti ed in preoccupante aumento soprattutto sui mezzi di comunicazione c.d. Social.

La finta aula di lezione e la finta prigione, in cui gli studiosi chiesero agli sperimentanti di azionare meccanismi di richiesta ai subordinati e conseguente punizione nei caso di ritardo o errore, si sono trasferite nel mondo virtuale ove tutto sembra ammesso e possibile.

Ma se quei professori scrissero di non aver immaginato, prima di condurre le loro analisi, a che punto di cattiveria potesse spingersi l’essere umano (Zimbardo dovette addirittura interrompere l’esperimento), noi ora subiamo il crescendo dell’odio online quasi allenandoci, tweet dopo tweet, rispondi su rispondi, a livelli sempre più alti di violenza.

E dove i commenti si esprimono in gruppi, la carica luciferina che spalleggia gli uni con gli altri, alimenta ed energizza il raggiungimento di ulteriori livelli, come in un assurdo disumano videogioco.

E noi, spettatori, sempre più mitridatizzati, inerti, concorrenti per omissione.

Questo fenomeno colpisce uomini politici, personaggi pubblici, star e starlette, ma anche persone assolutamente comuni. In rete, in Facebook, si sa, tutti hanno acquisito diritto di commento, e se la loro è un’opinione critica, tanto più è espressa virulentemente, maggiore è il numero dei sostenitori e dei produttori d’eco.

E se il sociologo del diritto ed il giurista ad impostazione penalistica, in uno con il giornalista, cominciano ad interrogarsi sul fenomeno, ne scrivono, approfondiscono e dibattono, e se concludono queste riflessioni quasi inevitabilmente denunciando il vuoto normativo, la carenza di regole ( abbastanza cogenti da sperare di essere rispettate) la politica come si atteggia? Chi dovrebbe proporre progetti di legge che affrontino il problema e diano tutela a chi è bersaglio di hate speech, cosa sta partorendo in proposito?

Beh, la risposta è nei quotidiani. Altri palleggi, altre priorità, altro odio.

Scrivo questo articolo scendendo in treno dalla smagliante Cortina d’Ampezzo, di ritorno dalla manifestazione Tra le Righe, organizzata dall’Ordine dei giornalisti del Triveneto. Ho parlato di hate speech, dal mio punto di vista, quello dell’avvocato penalista. Ma ho ascoltato volentieri quello dei giornalisti, di due di loro in particolare. Uno, addetto ufficio stampa di un sindaco bersagliato.

L’altro, giornalista radiofonico da oltre trent’anni di stanza a Montecarlo.

Mi piacciono i metodi che hanno adottato per combattere gli haters.

Il primo li prende in giro, risponde ironicamente, muove alla battuta, così totalizzando il triplo dei like ottenuti dal messaggio di odio.

Il secondo li chiama al telefono, inizia una relazione umana one-to-one, si scusa se li ha offesi, chiede spiegazioni. E li conquista, facendone poi suoi grandi sostenitori.

Finché non arrivano norme, gli italiani si sanno arrangiare.

Anche questo è un diritto.

Credits immagini:


1. medium.com
2. puntoventi.it

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