Violenza di genere

Giornata internazionale contro la violenza domestica, anno 2018

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Di Alessia Sorgato

Ed un altro 25 novembre è passato. Passato via, con le sue manifestazioni di piazza, con le sue espressioni artistiche (se anni fa avevamo i flash mob, quest’anno abbiamo  avuto i segni rossi sul viso, purtroppo già tristemente sbeffeggiati da certa satira idiota), con i suoi bilanci, che sono atroci. 

Perché dovrebbe interessarci il numero esatto di donne morte negli ultimi 12 mesi per mano del loro compagno, attuale o ex, e soprattutto perché ogni volta lo si confronta con quello dell’anno precedente? Sono in calo, sono in aumento, ma ha senso?

Dovremmo iniziare a ragionare diversamente, e indignarci per il solo fatto che, anche quest’anno, ci siano vittime, tante o poche, meno o di più.

 

L’Associazione Di.Re (Donne in rete contro la violenza) conferma l’identikit dell’aggressore medio: il 65% è italiano. Gli ultimi dati Istat fanno inoltre sapere che le donne che si sono rivolte ai Centri antiviolenza nel 2017 sono state oltre 49mila, di queste oltre 29mila hanno cominciato un percorso di uscita dalla violenza. 

 

Il Presidente Mattarella ha dichiarato pubblicamente che sono in calo i così detti reati spia, ossia quelli che aprono la strada ad esiti mortali: maltrattamenti, stalking, violenze varie.

Il 28 novembre è stato presentato il Codice Rosso, grazie al quale i procedimenti per questi delitti dovrebbero trovare un canale preferenziale di trattazione, prevedere indagini più celeri e soprattutto un colloquio della vittima col giudice entro tre giorni dalla denuncia.

Ben venga qualsiasi iniziativa che svecchi un sistema ormai trentennale a cui le innovazioni, dovute alla ratifica da parte dell’Italia di importanti (quanto irrinunciabili) Convenzioni internazionali, stentano a trovare il punto da cui far partire la vera rivoluzione che ci serve.

Perché quel che la gente ha capito, e da questo ha tratto conseguenze non sempre del tutto indovinate, anche sul piano politico, è che in questo Paese è tutelato maggiormente il delinquente.

Questo è il sentire comune, la logica della strada.

E le donne si stanno un po’ piegando a questo assunto, stanno diventando arrendevoli e rinunciatarie.

La sensazione, per chi come me opera direttamente nel settore, è una perdita di interesse per il tema della violenza sulle donne, “tanto”… tanto non succede niente … tanto chi si era mosso con tanta veemenza ha fatto una fine immeritata (leggi Asia Argento che, complice la sua sfrontatezza, una dose spaventosa di disastri personali e soprattutto l’ottima organizzazione dei suoi detrattori, da paladina e portavoce di #Metoo si è trasformata dapprima in <una come, se non peggio di loro> ed ora in colei che torna nel buio pur di essere lasciata in pace).

Otto, cinque, tre anni fa per questo tema, per gridare l’esigenza di sentirsi protette, per sentire a che punto fossimo, gli eventi del 25 novembre erano forse meno numerosi, ma certamente molto più affollati.

Ora si ha la sensazione che chi sia presente in sala sia venuto o perché doveva farlo, o perché conosce una delle relatrici.

Le vere interessate, le donne a rischio, non ci sono.

Perché hanno paura?

Non credo. Temo di no.

Hanno sfiducia.

Perché tanto non succede.  Niente.

Denuncia. Integrazione. Sommarie informazioni testimoniali. Certificato di pronto soccorso. Presa in carico da parte del centro antiviolenza. Psicoterapia. Magari avvio della procedura di separazione. Magari allontanamento dalla casa famigliare di lui.

Zero soldi. Casa popolare intestata a lui che non passa a lei. Bambini da mantenere. Visite del padre in spazio neutro. E poi processo: testimonianza, paravento, domande, contro-domande, lacrime, lui li, si sa, non lo si vede ma c’è. Parenti di lui che minacciano. Che chiedono il ritiro della denuncia. Sfinimento, stanchezza e poi? Condanna si, ma il risarcimento del danno non arriverà mai. In appello magari ci proveranno a condizionare il suo restare libero al pagamento di quel danno, ma poi lui troverà un altro modo per non risarcire.

Questo Stato non sta tutelando le sue vittime e le sta progressivamente allontanando dal circuito della giustizia. Perché denunciarlo, vederlo andar via, magari pronto a rifarsi una vita con un’altra, fare altri figli, lavorare in nero, e restare qui coi cocci da incollare e i bambini da mantenere, se non è lo Stato a chiedergli il conto alla fine? Come può farlo una povera donna?

Se non si comincia a condizionare le bonomie garantiste alle esigenze delle vittime, la gente continuerà a pretendere di armarsi, di difendersi “legittimamente” perché dovrà fare sempre più da se’.

L’altra sera a teatro ho visto una simulazione di processo a Lisbeth Salander, l’eroina di Millennium, che uccide il suo tutore dopo averlo sfregiato. Lui l’ha molestata, poi violentata e sottoposta a torture per anni. Lei si fa giustizia da sola.

Al termine della rappresentazione, il pubblico l’ha assolta.

Ed è stata una decisione sbagliata.

Lisbeth meritava clemenza, attenuanti ed empatia, ma non la dichiarazione di innocenza, perché avrebbe dovuto denunciarlo, il suo tutore, non ammazzarlo.

Le nostre donne non li uccidono, i loro violentatori, ma neppure li querelano, e la vicenda del noto regista, al quale si è archiviata la notizia di reato, ne è prova.

C’è davvero ancora tantissimo da fare, forse più adesso che quando si è cominciato a parlarne.

 

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