Attualità

Generazione z: tra diritti, opportunità e rischi

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Di Roberta Cacioppo.

generazione2È stata battezzata ”generazione Z”: include tutti coloro che sono nati tra il 1995 e il 2010. Oggi, sono bambini, ragazzi e giovani adulti, e tutti hanno una cosa fondamentale in comune: sin dalla nascita hanno avuto un ampio accesso a internet e ai dispositivi necessari per navigarci (smartphone, tablet, e computer). Quello che tendenzialmente sembra mancare loro, tuttavia, è la capacità di utilizzare questi strumenti conoscendone le insidie e proteggendosi da eventuali pericoli.

Dagli USA ci arrivano notizie di cronaca tremende: il giorno di Pasqua un uomo uccide una persona “a caso”, semplicemente perché arrabbiato con la sua ragazza, e ne pubblica il video su un social network. Perché lo ha fatto? La diffusione online cosa aggiunge al suo gesto già basilarmente dissennato?

La settimana precedente, una quindicenne viene violentata da un branco di minorenni, che trasmettono lo stupro (con tanto di vestiti strappati, capelli tagliati e sigarette spente sul corpo) in diretta, sempre su un noto social network. Le 40 persone che hanno visto il video in diretta (alcuni dei quali erano maggiorenni) non hanno avvertito la polizia: perché?

E questi sono solo alcuni interrogativi tra i più macroscopici.

È come se, dotando un adolescente di uno smartphone, gli si consegnasse un’arma teoricamente innocua, ma potenzialmente letale. Un ragazzino, infatti, possiede verosimilmente le capacità tecniche per far funzionare il congegno elettronico, ma certamente non ne ha le competenze affettive, comunicative, relazionali. E come potrebbe? La legge italiana vieta di utilizzare lo scooter senza patentino, fino a 18 anni non si può guidare la macchina, e comunque solo dalla maggiore età una persona è considerata giuridicamente capace di agire, pur se già in possesso della titolarità in astratto di diritti e doveri. Esistono, cioè, situazioni rispetto alle quali un minorenne non può muoversi in prima persona per compiere gli atti necessari a esercitare i diritti di cui pur è già titolare: in questi casi è necessaria la presenza di un adulto che a lui si sostituisca, che agisca in sua vece, che se ne prenda la responsabilità. Nel campo della tecnologia informatica, quello che succede è però che gli stessi adulti spesso sono almeno parzialmente inconsapevoli riguardo al loro completo funzionamento, perché alfabetizzati tardivamente.

Nell’ambito di queste riflessioni, ormai internet è diventato un mezzo indispensabile per la realizzazione di una serie di diritti umani. “Assicurare l’accesso universale a internet dovrebbe essere una priorità per tutti gli Stati”: questo ha detto Frank La Rue, il relatore speciale che ha scritto il documento “sulla protezione e la promozione del diritto alla libertà di espressione e opinione” per l’ONU.

Ma la diffusione tecnologica, evidentemente, deve essere accompagnata da altro.

All’interno di questo processo, è la privacy ad essere considerata un diritto fondamentale, attraverso il ruolo giocato dalle convenzioni internazionali in materia di diritti umani: la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, del 1948 (art.12), la Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali, del 1950 (art.8), la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo in relazione ai mezzi di comunicazione di massa, del 1970 (art.1).

Ogni persona ha diritto ad essere posta in condizione di acquisire e di aggiornare le capacità necessarie ad utilizzare Internet in modo consapevole per l’esercizio dei propri diritti e delle proprie libertà  fondamentali.

Questo recita in Italia la dichiarazione dei diritti di internet, approvata nel 2015, e nata all’interno della normativa internazionale sul tema. Chi ci governa, quindi, considera il diritto all’accesso ad internet nella sua globalità come condizione necessaria per l’effettività dei diritti fondamentali della persona. Significa che noi adulti siamo tenuti – concretamente – a mettere i nostri figli nelle condizioni di utilizzare uno smartphone senza che questo diventi francamente pericoloso per loro direttamente, per il gruppo, per la società.

generazione1La questione che ci interessa sottolineare qui riguarda l’evidente conflitto ad oggi sostanziale quando si parla di questi temi. Abbiamo a che fare con quella che viene definita come la “doppia anima della privacy”: materiale e immateriale. Le innovazioni tecnologiche devono quindi confrontarsi con due aspetti tra loro complementari ed imprescindibili: l’intimità della propria vita privata, e la diffusione delle proprie informazioni personali. Entrambe dipendono in parte dall’atteggiamento della persona, in parte dalle possibilità offerte della rete, che spesso non rende così chiara la possibilità di controllare l’uso che viene fatto da altri delle informazioni proprie.

La recente legge sul cyberbullismo approvata in Senato prevede misure di prevenzione ed educazione nelle scuole sia per le vittime che per gli autori di gesti di cyberbullismo. Esistono inoltre professionisti che si occupano di ripulire la propria reputazione online, perché è proprio la rete ad essere sempre più spesso consultata per cercare informazioni su qualcuno. Ma questi generi di operazioni si rendono spesso necessarie quando i buoi sono già usciti dalla stalla. La generazione z è alle prese con la carenza di regole affettive e di un’educazione su come relazionarsi online con altre persone.

Il sito skuola.net pubblica i dati di una recente ricerca, e ci fa sapere che quasi un adolescente su 5 dichiara di non poter fare a meno di Internet (neanche a scuola), rimanendo sempre online; che il 29% dei ragazzi siano convinti che sia sempre sicuro condividere foto o video intimi on line perché “lo fanno tutti“; che il 44% dei ragazzi, benché consapevoli dei rischi, ritengono che a volte non si abbia nessuna scelta alternativa.

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