Diritti e discriminazioni

Fare la ceretta è da femministe? Usi e costumi delle suffragette 2.0

A cura di Silvia Crespi

 

A chi non è mai capitato di aprire Instagram e incappare in post colorati e accattivanti che ci ricordano che le donne possono anche non farsi la ceretta? Chi di noi non ha mai visto immagini impreziosite da filtri con donne e uomini che piangono, sottolineando che avere sentimenti è normale? In questo momento storico, nel nostro mondo globalizzato e aperto al multiculturalismo, sembra che i social media vogliano sottolineare che è giusto essere noi stessi e batterci per questo. Giusto. Ovvio che sì, ma non così tanto se etichettato sotto lo storico nome del femminismo.

Negli ultimi anni, il femminismo ha subito profonde trasformazioni, adattandosi alle evoluzioni sociali che viviamo. Il cambiamento è normale, in quanto le esigenze e i temi si evolvono e sarebbe anacronistico, almeno per le società occidentali, scendere in piazza per rivendicare il diritto di voto. O forse no. Siamo sicuri che le donne abbiano proprio gli stessi diritti degli uomini? Potremmo dibattere infinitamente a riguardo. Tuttavia, l’intento non è definire se le donne e gli uomini abbiano raggiunto la parità, ma se il femminismo 2.0 non stia sviando la lotta in nome dei suoi valori fondanti.

Secondo il Dizionario della Lingua Italiana Treccani, il femminismo è un

movimento di rivendicazione dei diritti economici, civili e politici delle donne; in senso più generale, insieme delle teorie che criticano la condizione tradizionale della donna e propongono nuove relazioni tra i generi nella sfera privata e una diversa collocazione sociale in quella pubblica”.

In particolare, il femminismo è un movimento politico che ebbe inizio nel XVII secolo come reazione a una cultura misogina, profondamente influenzata dalle teorie aristoteliche sull’inferiorità naturale della donna. Tuttavia, fu con l’Illuminismo, e in particolare la Rivoluzione Francese, che dalla teoria si passò alla pratica, e le donne cominciarono a partecipare ai movimenti politici. Infatti, dalla seconda metà dell’Ottocento, dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti cominciò a svilupparsi un movimento di emancipazione per ottenere la parità giuridica, che si diffuse in tutta Europa. La condizione a cui era stata rilegata la donna, infatti, contrastava con i principi della società liberale e industriale, che richiedevano la partecipazione attiva delle donne. 

Inizialmente le campagne di emancipazione delle suffragette vennero derise dalla borghesia conservatrice, perché viste come una minaccia dai socialisti e dai cattolici, che le isolarono e cercarono di tarparne le ali. Nonostante i fallimenti e le violenze, le lotte femministe non si fermarono, rivendicando l’accesso alle università, che arrivò a metà dell’Ottocento; il diritto di voto, ottenuto per la prima volta in Australia nel 1902; il diritto al divorzio e all’aborto; il diritto di tutela dalla violenza e il riconoscimento a livello istituzionale delle esigenze e delle aspirazioni femminili. 

Si parla di grandi lotte e risultati che abbiamo perlopiù raggiunto in Occidente, ma che ancora vengono minacciati, richiedendo l’intervento di uomini e donne, convinti della necessità della parità di genere. Sì, uomini e donne, perché fin dal principio il femminismo si è basato sulle idee e sui gesti di persone di ambo i sessi, che lottavano per il cambiamento del ruolo delle donne nella società. Alla luce di ciò, cosa centrano i peli sulle gambe e il body positivity con l’emancipazione femminile nella società?

È necessario stare attenti quando si decide di etichettare una battaglia con l’aggettivo “femminista”, perché il rischio di confusione è dietro l’angolo. È innegabile che il femminismo si sia evoluto, declinandosi in modo inedito o, come ha affermato la sociologa e giornalista Laura Tecce, in modo intersezionale, ma rimane ancorato a una lotta politica. Infatti, il femminismo 2.0 è stato capace di unire più battaglie, come quelle delle minoranze e della comunità LGBTQ+, con un minimo comune denominatore: la rivendicazione di pari diritti e uguaglianza. Per esempio, basti guardare allo slogan del movimento Non Una di Meno che recita: «perché essere donna è difficile, ma essere donna ed essere nera, lesbica o transessuale lo è ancora di più».

Pertanto, il femminismo di oggi è certamente più vivo e plurale che mai e combatte per altre esigenze, come i diritti sociali e culturali. Per questo motivo, la sua eco si è moltiplicata, raggiungendo, anche grazie alle tecnologie del nostro tempo, un’utenza molto più ampia, formata da donne che nemmeno sapevano di avere dei diritti e uomini che non avevano mai ragionato in termini di parità. Tuttavia, nonostante l’ampliamento di vedute, è oggi più che mai necessario ricordarci dei valori fondanti del femminismo, legati all’uguaglianza di tutti gli esseri umani, alla rivoluzione dei ruoli sociali tradizionalmente definiti, e non mollare la presa. Le lotte da fare sono ancora molte.

In conclusione, sì, puoi essere femminista anche se ti fai la ceretta e se decidi di non esprimere pubblicamente le tue emozioni. Attenzione, non che ci sia nulla di male se decidi di fare il contrario o se decidi di non schierarti tra i due fronti. Il motivo è che il femminismo non riguarda purtroppo queste questioni, ma battaglie in cui spesso ancoraggi si devono affrontare violenza, discriminazione e stereotipi. La rappresentazione politica, il gap salariale, le discriminazioni nel mondo del professionismo sportivo o nei ruoli cinematografici, le offese e i giudizi sessisti e molte altre questioni richiedono ancora una lotta decisa e concreta verso la parità e l’uguaglianza dei diritti, che è ancora un obiettivo lontano.

FONTI:

Lili Gruber, Basta! Il potere delle donne contro la politica del testosterone, Solferini, 2019.

treccani.it

ereticamente.net

CREDITS:

Copertina

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *