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Emergenza sanitaria nelle carceri italiane: salute in-grata

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Di Alessia Sorgato.

Due detenuti su tre sono ammalati. Questa media così elevata emerge dal congresso del 5 ottobre scorso della SIMSPe – Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria ([1]). Dati inquietanti: lo scorso anno sono transitati per le carceri italiane oltre centomila persone e di queste almeno i due terzi presentano patologie, spesso mai riscontrate prima perché ne sono portatori soggetti che non hanno avuto contatti col sistema sanitario nazionale.

I dati più preoccupanti riguardano le malattie infettive. Si stima che gli Hiv positivi siano circa 5 mila, mentre salgono a 6.500 i portatori attivi del virus dell’epatite B. Tra il 25 e il 35% dei detenuti nelle carceri italiane sono affetti da epatite C: si tratta di una forbice compresa tra i 25mila e i 35mila detenuti all’anno ([2]).

Dal canto suo, anche il tredicesimo rapporto di Antigone, associazione autorizzata dal Ministero della Giustizia a visitare gli oltre 200 Istituti penitenziari italiani, nella sezione emergenze anche quest’anno si occupa di diritto alla salute, autolesionismo e suicidi e denuncia un notevole aumento di richieste di aiuto, arrivate attraverso due figure che gestisce, il Difensore civico e lo Sportello dei diritti, ambedue svolte da volontari ([3]).

Per comprendere l’allarme che quei dati riportano bisogna tornare indietro, alla teoria, e ricordare che nella legge penitenziaria c’è scritto: “L’assistenza sanitaria è prestata, nel corso della permanenza nell’istituto con periodici e frequenti riscontri, indipendentemente dalle richieste degli interessati”.

Invece, nel dossier di Antigone compaiono casi atroci:

Alfredo Liotta, morto a Siracusa di anoressia.

Stefano Borriello, morto a Pordenone di polmonite batterica.

A., a cui si dona l’anonimato, ictus fulminante a Rebibbia.

E quante altre ce ne sono? E quante arrivano all’aula di giustizia, senza essere prima archiviate?

Queste sono storie di uomini considerati simulatori, gente che fa finta pur di racimolare un’uscita di cella, una notte in infermeria che sarà pur sempre meglio che al raggio, giudicati da un medico penitenziario, che forse troppo spesso si ammala di cinismo.

Anche quest’estate  le cronache si sono riempite di casi di suicidi e rivolte scoppiate nei carceri dove verificati ([4]). Cosa sta succedendo? Ci siamo mossi male, per la solita cronica mancanza di finanziamenti, oppure siamo stati proprio fermi, senza far nulla e solo adesso, quando avvertiamo il rischio che questo numero altissimo di uomini ammalati, uscendo dal carcere, contagerà anche noi, prendiamo provvedimenti emergenziali?

Perché far entrare i LEA – livelli essenziali di assistenza- oltre le sbarre, che é il grido degli esperti uscito unanime dal congresso di SIMSPe significa certamente dimostrare di essere al di sotto di quei livelli, ma contemporaneamente significa prendere provvedimenti, finalmente, magari anche per evitare che l’Italia continui a farsi condannare a Strasburgo per trattamenti inumani e degradanti ai detenuti.

carceriCertamente molto nota è la vicenda di Bruno Contrada, dirigente generale dell’Amministrazione della Polizia di Stato, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per aver collaborato sistematicamente con Cosa Nostra. Condannato nel 1996 a dieci anni di reclusione, ha trascorso in custodia cautelare 31 mesi e vi è poi tornato quando ormai gravemente ammalato di ischemia, diabete, depressione, ipertrofia della prostata, cardiopatie, eccessivo dimagrimento e così via. Chiede più volte il differimento della pena senza successo. Il 17 aprile 2008 arriva a chiedere che gli venga praticata l’eutanasia, “vuole morire” – dichiara sua sorella in una intervista al Giornale – perché gli sembra l’unica strada percorribile per mettere fine alle sue infinite pene”.

Viene scarcerato a fine pena. Ricorre a Strasburgo contro i dinieghi all’ammissione ad una misura alternativa alla detenzione a fronte delle sue condizioni di salute gravi ed irreversibili. Produce i numerosi rapporti medici redatti anche dagli ufficiali sanitari dello stabilimento penitenziario che accertano tutti, in maniera costante ed univoca, la sua incompatibilità con il regime di detenzione. Con sei voti a uno la Corte stabilisce la sussistenza della violazione dell’art. 3. E come lui, vincono Scoppola ([5]) , Enea ([6]), Cara – Damiani ([7]) e Torregiani ([8]) che ottiene un time-limit di un anno, concesso al nostro Paese per trovare rimedio strutturale al sovraffollamento nelle carceri, e ancora Prestieri, Telissi ([9]) e tanti altri.

Non si tratta di condanne gratuite, ideologiche per così dire, ma di sentenze basate sulla elaborazione giurisprudenziale che la Corte di Strasburgo ha dedotto come corollario del diritto alla vita, della tutela della dignità umana, del diritto al rispetto della vita privata e famigliare e del domicilio, tutti garantiti dalla Convenzione. L’interpretazione evolutiva dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo ha portato al riconoscimento del diritto alla salute dei detenuti, e quindi alla condanna dei Paesi che lo violino sostanzialmente in tre modi: per insufficienza o precarietà delle condizioni igieniche; per mancanza o inadeguatezza delle cure mediche necessarie e tempestive; per incompatibilità delle condizioni di detenzione con lo stato di salute del detenuto.

In questo contesto, poi, si è innestato il nuovo articolo 613 bis del codice penale, che ha introdotto il delitto di tortura nell’ordinamento italiano.

Ecco, è questa l’ottica in cui leggere la recente sentenza della Cassazione con cui sono stati rimandati al Tribunale di Sorveglianza di Bologna gli atti relativi alla domanda di differimento dell’esecuzione della pena e di detenzione domiciliare avanzate da Salvatore Riina, classe 1930, affetto da plurime patologie che interessano vari organi vitali (in particolare cuore e reni), sindrome parkinsoniana in vascolopatia cerebrale cronica. La Corte richiama altre sue pronunce e dichiara “affinché la pena non si risolva in un trattamento inumano e degradante, lo stato di salute incompatibile con il regime carcerario (…) non deve ritenersi limitato alla patologia implicante un pericolo per la vita della persona, dovendosi piuttosto avere riguardo ad ogni stato morboso o scadimento fisico capace di determinare un’esistenza al di sotto della soglia di dignità che deve essere rispettata pure nella condizione di restrizione carceraria” ([10]).

[1] Per approfondire http://www.meteoweb.eu/2017/10/salute-carceri-solo-1-detenuto-su-3-non-e-malato-1-su-2-e-ignaro-della-propria-patologia/980610/#P1FwH8RjlKoxu72A.99

[2] Www.cassaforense.it

[3] Torna il carcere, in www.associazioneantigone.it

[4] Ivrea, 4 agosto 2017, eccesso di psicofarmaci; Pisa, 30 agosto, impiccagione; Cuneo, muore in ospedale il 27 agosto a causa delle lesioni autoprovocate nel carcere di Saluzzo

[5] Scoppola contro Italia, 17 settembre 2009, C. eur. Dir. Uomo, in www.dirittopenalecontemponeaneo.it con nota di Viganò

[6] Enea contro Italia, 17 settembre 2009, ric. 74912/01, 22-23

[7] Cara – Damiani contro Italia, 27 febbraio 2012, C. eur.dir. uomo, ric. 2447/05

[8] Torregiani ed altri contro Italia, 8 gennaio 2013, C. eur.dir.uomo, in www.dirittopenalecontemporaneo.it con it di Viganò

[9] Prestieri contro Italia, 29 gennaio 2012, C. eur.dir.uomo, ric. 66640/10; Telissi contro Italia, 5 marzo 2013, C.eur.dir.uomo, ric. 5097/08

[10] Cass. Pen., sez. I, n. 16681 del 24 gennaio 2011; Buonanno, rv. 249966; Sez. I, n. 22373 dell’8 maggio 2009, Aquino, rv 244132).

Credits immagini: ilfattoquotidiano.it; mifacciodicultura.it

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