Salute e Libertà di scelta

Eluana Englaro e il diritto all’autodeterminazione.

A II 1703
taiteilija: Simberg, Hugo
nimi: Haavoittunut enkeli
ajoitus: 1903
mitat: 127x154 cm
pääluokka: maalaus
museo/om.: AT ; LV
kokoelma: Ahlström

kuvanro: 26001
valokuvaaja: Aaltonen, Hannu VTM, 1993

skannaus:
laite:AgfaScanT5000+/PS6.0.1/ tå
resoluutio: 300ppi

Di Laura Porta.

Il Consiglio di Stato, respingendo il ricorso della Regione Lombardia, ha confermato, come aveva già fatto il Tar, il diritto al risarcimento di 133 mila euro al padre di Eluana, Beppino Englaro. Roberto Maroni ha fatto ricorso, pur avendo precedentemente annunciato che non l’avrebbe fatto, continuando così a muoversi sui passi del suo predecessore Formigoni. Il 21 giugno 2017 ha segnato la sconfitta per entrambi, con la decisione di Maroni di procedere con il risarcimento.

Prima dell’incidente che ha drammaticamente spezzato la sua vita lasciandola in stato vegetativo per 17 anni, con gravissime lesioni cerebrali estese ed irreversibili, Eluana aveva espresso più volte verbalmente il desiderio di non proseguire oltre le cure nel caso in cui si fosse trattato di mantenere in vita il solo corpo senza coscienza.

Secondo i giudici Eluana Englaro ha subito il danno della “violazione al proprio diritto all’autodeterminazione in materia di cure”, subendo contro la propria volontà “il non voluto prolungamento della sua condizione, essendo stata calpestata la sua determinazione di rifiutare una condizione di vita ritenuta non dignitosa, in base alla libera valutazione da essa compiuta”.

Una vicenda che ci ha obbligati a rivolgere lo sguardo e tenere fermo il pensiero su un tema di enorme portata, come quello della vita e della morte, seguendone il delicato passaggio da una dimensione “privata” ad una “pubblica”, con indebite intrusioni “politiche” sconfinate in una querelle ideologica che ha perso di vista la complessità e la particolarità del problema, oltre al buon senso. Che dire, per esempio, di movimenti come Forza Italia o di ferventi cattolici che hanno manifestato in piazza gridando “assassino” a Beppino Englaro?

Il tema del vivere e del morire produce nella nostra società un continuo cortocircuito, a causa del paradosso secondo cui queste decisioni, in determinati casi, non possono più essere espressione di una libertà individuale, nelle circostanze cioè in cui non siamo in condizioni di esercitarne liberamente la scelta, e per farlo dobbiamo ricorrere ad un terzo che faccia da intermediario per noi.

È qui, sul limite sacro ed ineffabile della libertà come diritto e non come semplice possibilità, che la politica rischia di confondersi. Come se si faticasse, in Italia, ad assumersi la responsabilità di rispondere ad una esigenza personale insindacabile – come quella di giudicare non vita la vita che si è costretti a vivere.

englaroCi sono voluti anni affinchè l’Italia approdasse ad una legge sul testamento biologico (si veda l’articolo di Alessia Sorgato su Gli Intrusi). Siamo ancora lontani da una legge sull’eutanasia. Per la legge sull’aborto stiamo facendo passi indietro (si veda mio articolo sugli Intrusi). Vige una sorta di ipocrisia mescolata a mancanza di consapevolezza in questi ambiti così incandescenti: se vogliono, sono liberi di farlo, basta che si possa distogliere lo sguardo dalla loro scelta. Basta che lo facciano a spese loro, lontani e reietti – anche se appena al di là del confine – senza riconoscimenti e, soprattutto, senza diritto.

È tale in Italia la rimozione, ovvero l’oblio, sul tema della vita e della morte da aver più volte riscontrato una confusione terminologica: così nel caso di Eluana Englaro ho spesso sentito parlare erroneamente di eutanasia.

Allora cogliamo l’occasione di questo storico risarcimento per fare, in onore di Eluana Englaro e del padre Beppino, un chiarimento che possa essere illuminante per le decisioni politiche a venire.

Intanto, siamo sicuri che tutti i cittadini intendano la stessa cosa con il termine “eutanasia”? Vogliamo l’eutanasia o stiamo chiedendo, essendo oggi possibile, di essere aiutati a morire bene? Nel nostro paese il dibattito pubblico mescola tutte le carte: si è parlato di eutanasia a proposito di Piergiorgio Welby, che voleva interrompere le cure che lo tenevano artificialmente in vita. Si è parlato di eutanasia a proposito di Eluana Englaro, la cui condizione vegetativa permanente richiedeva solo di permettere che la natura facesse il suo corso, dopo diciassette anni di alimentazione e idratazione parenterale.

In questa situazione di mancanza di chiarezza si finiscono per catalogare come eutanasia tutte le forme di abbreviazione dell’agonia che salvaguardino le persone dal dover morire lentamente, incoscienti, intubati, ventilati, in un corpo martoriato da inutili e futili tentativi di prolungare una vita che alla vita non somiglia più per nulla.

Non è eutanasia la sospensione delle cure e l’interruzione delle terapie di sostegno alla vita nel caso di stato vegetativo permanente, che, in presenza di un testamento biologico, sono garantite come diritto dalla Costituzione Italiana. Non è eutanasia la sedazione terminale, che null’altro è che l’abolizione farmacologica della coscienza qualora il dolore sia troppo intenso per essere sopportato, ma che non abbrevia e non prolunga la vita. Non è eutanasia neppure l’aumento delle dosi di oppiacei in fase terminale, per contenere la sofferenza, qualora il paziente lo chieda.

Per poter emergere dalla confusione e dalla rimozione che avvolge la materia dobbiamo chiarire il nostro oggetto: eutanasia si ha quando si interrompe la vita mediante somministrazione attiva di farmaci letali.

Se ipotizziamo, in una società ideale, che tutti i casi citati sopra siano stabiliti in modo trasparente e realizzati nella prassi della cura – ossia che venga meno anche la tentazione di non rispettare la volontà del paziente e di accanirsi sulle terapie – ci si rende conto che il tema dell’eutanasia perde un po’ la sua centralità. Resterebbe un problema, forse, ma certo riguarderebbe un numero minore di individui.

In un paese in cui le cure palliative fossero estese a tutti i cittadini e a tutte le patologie in prossimità della morte (come vuole la legge 38 del marzo 2010, che pone il principio che l’accesso alle cure palliative sia un diritto) si invocherebbe meno di frequente l’eutanasia. Se ci fosse un rigoroso rispetto delle volontà dei pazienti morenti, la consapevolezza che il malato terminale non sia un “paziente grave” ma un “uomo che muore”, forse non ci sarebbe bisogno di iniettare veleni in nessuna vena.

Potrebbe restare in discussione se sia opportuno legalizzare il “suicidio assistito”, ossia se la nostra società intenda farsi carico, a livello collettivo, del desiderio di persone, sane o malate, di suicidarsi con aiuto medico. Tema molto delicato e complesso, sul quale non ho risposte.

Ma prima di riflettere su questo spinoso dilemma non sarebbe bene impegnarsi per rendere prassi comune ciò che è già stato riconosciuto come un diritto? Non dimentichiamo il testo (DDL 10), concepito nel 2009 per fermare Englaro, che obbligava il cittadino a subire i trattamenti di respirazione, nutrizione, idratazione artificiali anche qualora avesse espresso volontà diversa o opposta, calpestando di fatto i suoi diritti.

Credo che l’Italia sia stato l’unico paese al mondo capace di fare una legge sulle “dichiarazioni anticipate di trattamento” che, invece di ampliare l’ambito dei diritti, ha di fatto annullato la possibilità del cittadino di esprimere una volontà. Paradossale, non solo dal punto di vista logico, ma anche etico. Forse perché, ancora una volta, ci siamo trovati di fronte ad una strumentalizzazione del dolore di esseri umani al fine di stringere alleanze politiche, dimostrare sudditanza nei confronti del Vaticano, o semplicemente salvare la poltrona?

Quindi il risarcimento a Beppino Englaro ha oggi un enorme valore simbolico oltre che giuridico: un passo avanti verso il riconoscimento dei diritti civili nella politica italiana.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *