Casa dei diritti

Dove sono le parole che ascolto?

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A cura di Claudia Vattiato, Psicologa di Telemaco Milano e di Jonas Italia.

 

“Solo unos gramos de arte pueden salvarnos de la

angustia del desamparo”

Solo un grammo di arte potrà salvarci dall’angoscia dell’abbandono

Sulla parete esterna museo del MACA, Museo di Arte Contemporanea di Alicante

“Trauma collettivo” è un concetto che viene usato per descrivere quello che stiamo vivendo in questi giorni. Quando in Psicanalisi si parla di trauma, si intende un evento inaspettato che squarcia le nostre vite e che solitamente riguarda temi come la morte e la sessualità. E’ il modo in cui ci rappresentiamo la realtà che si inceppa, le nostre giornate non sono più le stesse: il trauma scombina il nostro “ordine discreto, dentro al cuore” e allora noi psicologi, nel nostro lavoro paziente, rammendiamo con ago e filo i lembi questo tessuto strappato.

Nella nostra scatola del cucito ci sono due strumenti principali: le parole e l’ascolto. La sofferenza non è mai un concetto astratto, è sempre incarnata nelle storie e nelle parole di chi la vive. La sofferenza è sempre singolare, anche quando è collettiva.

In questi strani giorni in cui sono impegnata sia a rispondere che a tenere le fila delle domande di aiuto che ricevo allo sportello, nella mia scatola del cucito ho ritrovato delle parole che mi stanno aiutando a rammendare gli strappi che incontro: si sono infilate tra le mie di parole e i miei silenzi, e hanno dato il ritmo al mio lavoro.

Sono quelle di “Hotel Supramonte” di Fabrizio De Andrè.

E’ l’agosto del 1979 e Faber viene rapito insieme alla compagna Dori Ghezzi dall’anonima sequestri in Sardegna, e per quattro mesi rimangono isolati dal loro mondo. Quando tornano, lui scrive questa canzone.

“ E se vai, all’Hotel Supramonte, e guardi il cielo

Tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo.”

Un’emergenza si può interpretare in due modi: è qualcosa che ha urgentemente bisogno di essere accolta e gestita, ma è anche qualcosa che “emerge”, un bisogno che si manifesta e che si lascia intravedere dopo un periodo di attesa. Noi psicologi siamo impegnati a rispondere su entrambi i fronti. Alle emergenze si risponde con una modalità di attivazione immediata, si usano tutti gli strumenti di cui si dispone, ci si arrangia con quello che si ha. Il nostro servizio, nato come un numero verde antidiscriminazione, ha dovuto trasformarsi, cambiare la rotta e navigare a vista.

“Perché domani sarà un giorno lungo, e senza parole

Perché domani sarà un giorno incerto, di nuvole e sole.”

Stiamo osservando numerosi esempi di riconversione: industrie di alta moda che invertono la rotta e producono camici per i medici, maschere da sub che vengono trasformate in respiratori. Il corpo individuale il corpo sociale rispondono contemporaneamente, mutando adattando i propri strumenti.

Rispondiamo quindi. Rispondere deriva dal latino re- spondere, promettere. Ascoltare e rispondere sono due atti politici: si prende una posizione di ascolto e ci si fa carico della responsabilità di quelle parole che ci sono state affidate.

“Ma se ti svegli e hai ancora paura, ridammi la mano, cosa importa se sono caduto, se sono lontano”

Promessa è anche la promessa del patto sociale che la polis, la città di Milano, ha stretto con i suoi cittadini. Abitare un corpo sociale, oltre che un corpo individuale ci permette di vivere in modo più ricco di quanto potremmo mai fare individualmente, seppure con le sue mancanze e le difficoltà che sta vivendo in questo momento. Senza scomodare troppo Freud, rinunciare al proprio pezzo di godimento individuale è l’unico modo per permettere al patto sociale di esistere. E oggi ci è più che mai evidente di essere parte di un tutto, che è molto di più della somma delle singole parti. In realtà è proprio quella rinuncia, quel vuoto di oggi che ci permetterà domani di muoverci. Siamo ridotti alla nostra umanità più essenziale, una riscoperta preziosa certo, ma che non basta di a sé stessa:

“Ora il tempo è un signore distratto, un bambino che dorme”.

Navighiamo a vista dunque, e non resta che questa promessa ad orientarci verso un’attesa fiduciosa.

Passerà anche questa stazione, senza far male. Passerà questa pioggia sottile, come passa il dolore.”

 

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