Attualità

Discriminazioni sessiste tra natura e cultura: anche le grandi imprese tecnologiche hanno un ruolo.

donne

Di Roberta Cacioppo.

In Italia forse la questione è passata un po’ in sordina perché i fatti sono avvenuti nel mese di agosto, ma il caso di cronaca di James Damore, l’ingegnere di Google che ha scritto e distribuito un documento discriminatorio contro le donne impiegate nell’industria hi-tech, ha scatenato un vero e proprio dibattito internazionale sulle presunte basi scientifiche delle sue argomentazioni sessiste.

Queste alcune delle sue affermazioni, diffuse in una nota che trovate qui nella versione completa offerta dalla rivista Wired.

“La differenza nelle abilità degli uomini e delle donne è dovuta in parte a cause biologiche, e queste differenze possono spiegare perché non vediamo una rappresentanza paritaria delle donne  nel settore hi-tech e nei ruoli di comando”.

“Le donne sono più predisposte verso i sentimenti e l’estetica piuttosto che verso le idee e hanno un interesse più forte per le persone rispetto alle cose, se confrontate con gli uomini”.

Infine, tra le righe si deduce che le donne sarebbero tendenzialmente più nevrotiche dei colleghi maschi, e pure meno inclini alla competitività.

Damore utilizza quindi un approccio che si serve di argomentazioni biologiche, genetiche ed evoluzionistiche per giustificare una disparità di genere – che indubbiamente esiste – in contesti che sono definiti e condizionati in larga parte da sole convenzioni sociali. Questo, già di per sé, costituisce un non-senso.

Indubbiamente gli esseri umani presentano differenze biologiche e genetiche alla nascita a seconda che siano maschi o femmine (non è questo il momento di soffermarsi sul tema di tutte le persone che non appartengono a queste categorie, perché il tema è troppo complesso), ma la questione centrale sta nella successiva decisa e continua differenziazione, che è conseguenza di fattori emotivi, relazionali, ambientali e sociali, in funzione dei contesti all’interno dei quali si fa esperienza.

Timothy Ingold -, professore di antropologia presso l’università di Aberdeen – afferma che uomini e donne “non sono semplici prodotti della natura generati dall’evoluzione, ma si sviluppano nel corso della vita anche in base a ciò che accade nella società in cui vivono”.

In quest’ottica, quindi il tema della predisposizione naturale a essere in un certo modo non si configura come un assunto scientifico, ma diventa un tentativo di legittimare determinate declinazioni del potere in un’ottica di gerarchia sociale basata su fattori inopportuni (come in questo caso l’identità di genere).

googlePur volendo proseguire il ragionamento secondo la logica del paradosso – assumendo cioè che queste differenze biologiche ed evolutive siano scientificamente attestate – affermazioni di questo tenore sono in contrasto con l’evoluzione stessa di una società civile, in quanto “naturale” non è affatto sinonimo di “buono”. Basti pensare a come la civiltà umana, nel corso dei millenni, si sia evoluta proprio affrancandosi dall’espressione diretta degli istinti naturali, attraverso l’elaborazione di norme sociali che garantiscono (nella maggior parte dei casi) una convivenza pacifica e rispettosa. Per l’essere umano, il concetto della “selezione naturale” non è quindi più applicabile, perché il mondo in cui viviamo è regolato in larga parte da norme culturali e non dalla lotta per la sopravvivenza. Inoltre, le convenzioni sociali, legate anche alle differenti culture storiche e regionali, hanno un ruolo fondamentale nel definire l’attribuzione di significato alle esperienze che ciascuno di noi fa continuamente nella vita. La biologia, infatti, mantiene un ruolo fondamentale nel modellare la crescita di qualsiasi organismo vivente, ma i fattori ambientali, relazionali e sociali – nell’uomo in special modo – hanno un peso fondamentale.

“Non è affatto vero che gli uomini abbiano facoltà mentali più sviluppate delle donne”, spiega Donatella Cesaroni, docente di biologia evoluzionistica all’università Tor Vergata di Roma. “Quando si tratta di lavori che riguardano le capacità intellettive non ci sono differenze di genere. Esiste una certa variabilità tra gli uomini e tra le donne, poiché ogni individuo ha le proprie caratteristiche peculiari, ma si tratta della variabilità tra esseri umani, in cui l’essere uomo o donna non fa differenza”.

Aggiungiamo anche che un’approfondita  ricerca del 2009 effettuata dalla rivista Quartz (giornale online statunitense di informazione economica e politica) ha verificato come le donne potrebbero diventare anche più competitive degli uomini qualora la società fosse impostata su convenzioni basate sull’equità sociale.

Per quanto riguarda il caso specifico, l’autore della nota discriminatoria è stato licenziato da Google, con l’accompagnamento di uno scritto dell’amministratore delegato in cui sostanzialmente si dichiara che la libertà di espressione è un diritto inviolabile – che l’azienda valorizza per propria politica interna -, ma esistono comunque dei limiti, che in questo caso si ritiene siano stati ampiamente superati.  Il licenziamento di Damore è stato quindi un atto necessario per Google anche nell’ottica di una politica aziendale che da sempre valorizza le diversità (di genere o di razza che siano), e che ha come mission il gioco all’anticipo del futuro.

La politica etica di un colosso mondiale come Google, quindi, ha dato un importante insegnamento attraverso la gestione di questa difficile vicenda, che ancora una volta ci ha messi di fronte alla potente pericolosità dell’applicazione cieca di stereotipi privi di alcun fondamento scientifico. E ancora: quanto avvenuto ha contribuito ad alimentare il dibattito sul tema della libertà di espressione, tema molto attuale in questi tempi dominati dalle comunicazioni via social network, dove diventa sempre più difficile discriminare tra affermazioni scientifiche e mere opinioni personali

Credits foto: google+; ladonnasarda.it

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