Cultura vs. Discriminazioni

Discriminazione nel carcere: il caso Sophia Burset

A cura di Sara Ghisoni.

La serie tv “Orange is the new black” (prodotta da Netflix) ha rotto gli schemi fin da subito aprendo le porte di un carcere femminile. Licenze creative a parte, fin dalla prima stagione la critica al sistema penitenziario americano non è mai stata nascosta, tutt’altro. La serie racconta la vita quotidiana all’interno del carcere di Litchfield e, parallelamente, attraverso numerosi flashback ogni puntata racconta il motivo per cui uno dei personaggi è finito in carcere.

Sophia Burset è tra questi ed è interpretata dall’attrice transgender Laverne Cox, precisazione importante dal momento che è stata la prima attrice trans a ottenere la nomination per un premio Emmy. Il suo personaggio è stato fondamentale perché ha permesso di ragionare su una serie di aspetti che il più delle volte passano in secondo piano. Dalla collocazione della persona, se in un carcere maschile o femminile, al supporto psicologico offerto, senza dimenticare l’importanza della somministrazione degli ormoni.

La collocazione

La prima questione assolutamente non trascurabile riguarda la collocazione. Nella serie tv Sophie Burset si trova all’interno di un carcere femminile, aspetto che a volte è dato per scontato. La realtà dei fatti è ben diversa invece, a partire dal caso italiano: qui le detenute sono inserite in apposite sezioni (quando ci sono) all’interno di strutture maschili. Altre volte si ricorre all’isolamento, soluzione assurda perché si va a condannare due volte il soggetto, una volta per il crimine commesso e la seconda volta per l’essere transessuale. La discriminazione è sotto gli occhi di tutti e viene ripetuta ogni qualvolta la persona ha spazi di movimenti e ore d’aria diverse e ridotte rispetto agli altri detenuti. È innegabile che una prigione maschile costituisca un posto pericoloso per la persona trans. Secondo i dati del dipartimento di giustizia americano, più di un terzo dei detenuti transgender hanno subito violenze sessuali.

Nel marzo del 2019 il carcere femminile di Downview, collocato a sud di Londra, ha inaugurato un’unità apposita all’interno dell’istituto. Andando oltre quella che sembrerebbe essere una buona notizia però, si scopre che tale misura non è stata presa solo a tutela delle persone transgender. Una fonte interna al carcere infatti evidenzia la grande preoccupazione tra le detenute in merito all’arrivo delle transessuali. La nuova unità istituita nasce perciò dalla volontà di trovare un equilibrio tra la sicurezza degli altri carcerati e quella dei detenuti transgender. Come ben spesso accade la ricerca di equilibrio può sfociare nella discriminazione della parte più debole, imponendo ad esempio il divieto per le transessuali di partecipare ad attività laboratoriali.

Le cure ormonali

Durante la terza stagione della serie tv, Sophia entra in conflitto con altre detenute: per lei è l’inizio della fine. All’interno del carcere iniziano a circolare insulti transfobici rivolti a lei e ben presto gli insulti sfociano in aggressione vera e propria. La detenuta viene perciò trasferita e messa in isolamento, in linea teorica per la sua protezione, nella pratica un po’ meno. Le viene negata la terapia ormonale ed è decisamente d’impatto la scena in cui la detenuta, parlando con il direttore del carcere, elenca a cosa il suo corpo può andare incontro con una brusca sospensione della terapia.

In Italia la situazione è complessa. Esiste la legge 164 del 1982 che riconosce alla persona transessuale il diritto ad ottenere la modifica del sesso attribuito alla nascita. Vi è poi stata una modifica nel 2011: il soggetto intenzionato a sottoporsi al trattamento chirurgico di adeguamento dei caratteri sessuali deve instaurare una causa ordinaria allo scopo di ottenere l’autorizzazione all’intervento. Una volta accertato ciò è possibile ottenere il cambio dei documenti. Tale norma è stata modificata nel 2015: la Corte di Cassazione ha dichiarato che il trattamento chirurgico di demolizione degli organi sessuali non è indispensabile in merito al cambiamento di attribuzione di sesso. Dato per assodato questi che sono i presupposti di base per il riconoscimento dell’esistenza di queste persone, non vi è regolamentazione nazionale in grado di garantire cure ormonali all’interno del carcere, la materia sanitaria è infatti di competenza regionale e dunque ciascuna regione può agire come meglio crede. Carcere apripista in tal senso fu quello di Belluno, nel 2007: la direttrice consentì ai detenuti trans l’assunzione gratuita delle cure ormonali a patto che avessero già iniziato il trattamento prima dell’arresto.

Il problema si gioca tutto sul concetto di livello essenziale di assistenza, che banalmente si può tradurre in ciò che paga la ASL e ciò che non paga la ASL ed è dunque a carico del privato. Non sono poche le istituzioni che ancora oggi ritengono la cura ormonale un capriccio, evitando accuratamente di affrontare l’enorme problema psicologico a cui il soggetto interessato va incontro nel caso di un’interruzione.

FONTI

www.vice.com

www.antigone.it

www.vanityfair.it

https://inchieste.repubblica.it

www.diritto.it

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