Attualità

Decarbonizzare gli interessi

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Di Vanessa Martina.

Quando la scelta di una giusta soluzione a gas per l’Ilva è poco allettante economicamente per un piano ambientale d’emergenza.

L’acciaieria più grande d’Europa, l’Ilva, non smette di produrre veleni. Nelle ultime settimane si è discussa  una trattativa contro il Piano Ambientale proposto dall’ArcelorMittal (prima chiusa bruscamente e ora in stand by), che ha visto protagonisti il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci,  con il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, contro il ministro dello Sviluppo e dell’Economia, Carlo Calenda, coinvolti anche i sindacati. Tra questo tira e molla, che va avanti a colpi di ridicoli tweet, culminato con un ricorso al Tar, quello che resta alla fine dei conti è solo il destino dei dipendenti, che non hanno ben chiaro cosa ne sarà di loro, e una fabbrica d’inquinamento che non sembra voler cessare di annerire, non una città, ma un intero paese.

Andiamo con ordine.  

L’azienda un tempo della famiglia Riva, che invece di rendere a norma lo stabilimento, ha preferito continuare una produzione dannosa, in primis per gli stessi operai  e per l’ambiente, con tanto di conto rigorosamente off-shore, dal 2016 è in vendita, nonché commissariata già  da 4 anni.

Ad aggiudicarsi l’appalto internazionale indetto per l’affitto della fabbrica, il colosso siderurgico indiano ArcelorMittal, magnate del siderurgico in Europa, con il benestare del ministro Calenda. Ed ecco i problemi. Il primo: 4000 esuberi per 14200 lavoratori, altri 30mila a rischio solo a Taranto, dove i dipendenti, come sappiamo, lavorano ancora col carbon coke. E da qui il secondo problema: dal 1995 l’Ilva continua a emettere sostanze tossiche, tanto che la procura di Taranto prima la sequestra, poi la mette sotto processo per disastro ambientale, in aiuto interviene anche la procura di Milano che la indaga per bancarotta e truffa allo Stato, visti i soldi ben conservati nei paradisi fiscali di Emilio Riva. Allo stato attuale, invece di migliorare, le cose potrebbero peggiorare. Non solo è ben lontana l’urgenza primaria richiesta dai lavoratori, dal comune e dalla regione, ovvero di mettere a norma tutti gli impianti dell’azienda, ma la Mittal (che “avrebbe vinto” l’appalto), vuole mantenere la produzione a carbone.

Se da una parte lo Stato promette di reintegrare gli esuberi con opere di bonifica e ammortizzatori sociali, cioè rioccupare i dipendenti grazie agli 80 mila euro previsti dall’amministrazione straordinaria, dall’altra condanna i dipendenti e la città a continuare una produzione tossica, ancora a carbone. Dal momento che è stata l’amministrazione straordinaria a decidere il compratore più idoneo per l’Ilva, perché far vincere la Mittal che propone una produzione in carbone, e non preferire invece una produzione a gas, come quella proposta dall’altro gruppo indiano che concorreva in appalto, cioè la Jindal? Apparentemente sembrerebbe inspiegabile, in realtà è il denaro che la fa da padrone. I soldi che Mittal offre per acquisire l’acciaieria andranno poi a risanare i debiti dovuti allo Stato, Jindal ha semplicemente offerto 600 milioni di euro in meno, e rilanciato al pari quando ormai era troppo tardi.

Intanto, nei giorni scorsi il Ministro si è recato a Taranto per cercare di sbloccare la situazione e soprattutto di far ritirare il ricorso Tar che impedisce di concludere la trattativa. È stato convocato per il prossimo 20 dicembre il tavolo di negoziazione tra Calenda e Taranto e la Regione Puglia.

Emiliano dichiara: “il ministro Calenda ha cambiato idea sul coinvolgimento degli enti locali e registriamo una sopravvenuta saggezza che è un fatto sicuramente positivo, ma il ricorso contro il Dpcm sarà ritirato solo se l’esito del tavolo per Taranto sarà positivo, se cioè saranno prese in considerazione le nostre richieste, che pure sono state inserite all’ordine del giorno e questo ci fa ben sperare”.

E mentre continuiamo a parlare si continua a inquinare e a respirare diossina e benzopirene, si continua a stoccare il minerale per l’acciaio nei parchi a cielo aperto (parchi minerali), e la polvere invade la città. Il quartiere più esposto è quello Tamburi, a ridosso della fabbrica. Nei “wind day” scatta l’allarme polveri e il divieto di uscire. Le scuole chiudono, tutto si ferma per evitare di inalare pm10. Invano l’appello nel 2016 alla corte di Strasburgo per la violazione al diritto alla vita e disastro ambientale contro lo stato italiano che non ha saputo tutelare i suoi cittadini. Gli interessi di guadagno anteposti a quelli della salute del cittadino e al lavoro di operai (quasi 4000 mila in eccedenza solo in Puglia), e di altri operai che all’Ilva ci hanno lasciato la vita: Claudio Marsella, Giacomo Campo, Cosimo Martucci, Andrea D’Alessano (19 anni), Antonio Basile, Luigi Di Leo, Silvio Murri, Antonio Alagni, Paolo Franco, Pasquale D’Ettore, e altri 15 morti bianche dal 2004 al 2010 per amianto.  Se non si dà priorità al risanamento delle strutture dell’Ilva, dalla fabbrica ai parchi minerali, la causa principale della mortalità infantile a Taranto (+437% di tumori alla pleura, 50% al polmone, bambini morti sotto i 14 anni +21%), i problemi continueranno, proroghe e prescrizioni ambientali ad hoc solo come un tappabuchi esclusivamente per interessi economici.  

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