untore

Dalli all’untore

Pubblicato il Pubblicato in Attualità

Di Alessia Sorgato.

Ventiquattro anni di carcere, dalli all’untore di Aids, daglieli Corte d’Assise di Roma, perché ha contagiato oltre 50 persone ignare, inconsapevoli, colpevoli solo di avergli voluto bene o aver fatto sesso, con lui o con chi era stata con lui. Dagliene ventiquattro ma ti chiedo l’ergastolo per queste 32 donne, per questo bambino nato con hiv ed encefalopatia, per questi uomini, che sono arrivati dopo di te.

Perché tu lo sapevi, e da molto tempo – almeno dal 2006 si dice – di essere sieropositivo, lo era tua madre, lo sei tu. E sei stato zitto, hai rastrellato le chat in cerca di rapporti sessuali, anche a tre, o di relazioni affettive. Hai trovato entrambe le cose in questi dieci anni in cui chiedevi di non usare il profilattico per provare maggiore piacere durante i rapporti.

Qualche volta, se ti affezionavi, dopo a lei glielo hai detto. Ma dopo.

Questa è la sintesi rap di un processo epocale, nel quale si è portato alla barra degli imputati per epidemia un uomo di soli 33 anni che si è comportato da untore.

La partita in quell’aula di giustizia si è giocata sul filo dell’atteggiamento mentale tenuto dall’uomo in questi suoi comportamenti: solo irresponsabile oppure cosciente spargitore di decine di infezioni, autore di una strage sociale, dovuta alla sua sregolatezza ed alla sua piena consapevolezza sia della propria malattia che del rischio diabolico a cui esponeva le sue partner?

E da lui nemmeno una parola di pentimento, di dispiacere. La tesi di quest’uomo è stata spregiudicata: sapeva ma non se ne preoccupava.

Questa storia mi ha inorridito, e per molte ragioni.

La prima riguarda il diritto di noi tutti alla salute, alla salubrità della nostra esistenza. Combattiamo tutti per un mondo più pulito, meno inquinato, perché sui luoghi di lavoro non si corrano rischi per l’incolumità, perché sulle strade vi sia sicurezza. Abbiamo o no altrettanto potente il diritto di sapere che la persona con cui stiamo andando a letto, magari di cui ci stiamo innamorando, è ammalata? Possiamo esercitare liberamente la scelta di farlo comunque, prendendo precauzioni, o vogliamo giocare alla roulette russa con la nostra vita?

È vero, di Aids non si muore (si muore di altro e prima che altri), ma ci si deve curare e per farlo lo si deve scoprire e – e qui sta il secondo motivo di grande allarme – pochi o nessuno si fanno i test e, prima ancora, usano il preservativo.

A settembre di quest’anno è stata pubblicata una notizia atroce: la Lombardia guida l’elenco delle regioni italiane più colpite, con 20mila persone Hiv positive sulle 130mila complessive nel Paese. Il 20% in più rispetto allo scorso anno, che ha fatto dire al direttore del centro di Malattie infettive del San Gerardo di Monza che “I ragazzi hanno abbassato la guardia, 8 su 10 dichiara di avere rapporti non protetti. E di Aids non si parla più” ([1]).

Verissimo, non se ne parla più da anni.

Lo Stato spende moltissimo in terapie e ormai più nulla in divulgazione.

Dopo le grandi campagne informative ministeriali degli anni ’90, affidate ad agenzie prestigiose, dedicate ad comunicare sulle vie di trasmissione, sulla prevenzione grazie al condom, sulla promozione del test (oggi acquistabile anche in farmacia al prezzo di soli 20 euro), dopo la penultima campagna del 2009, dal 2013 non ne sono state più commissionate.

Eppure in Italia – sempre nel 2015 – si sono raccolte 3444 segnalazioni di nuove diagnosi di infezione da Hiv, con un tasso di incidenza pari a 5,7 nuovi casi ogni 100 mila residenti. Siamo al 13^ posto nella classifica, con una percentuale di 77,4% maschi, di età media di 39 anni. La fascia più colpita di nuovi ammalati si colloca in una forbice anagrafica da 25 a 29 anni ([2]).

In Europa, sempre a leggere dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2015 più di 153mila persone hanno ricevuto notizia di essere sieropositive, e questo è il numero più alto di infezioni registrato in un solo anno ([3]). Ad essere interessata da questo preoccupante aumento soprattutto la Russia ed in genere l’Est.

L’Aids è considerato una pandemia perché è diffuso in tutto il mondo: nel 2009 l’OMS stimava fossero 33 milioni e mezzo le persone ammalate e che, ogni anno, si propagassero quasi 3 milioni di infezioni in più.  Nei dieci anni successivi i contagi sono stati costanti, secondo la mappatura fornita dagli Stati Uniti che figurano come primo donatore al mondo attraverso il Fondo Globale ([4]), dove si stima che nel 2014 siano emerse nuove diagnosi pari a 15 ogni 100 mila persona.

Le morti sono in leggera deflessione ma restano pur sempre troppe: 673.538 solo le vittime americane.

Ammalarsi oggi significa molte cose. È una tragedia personale per chi la sperimenta e per chi gli sta vicino. È un dover convivere con una moderna peste che, certo, non deve ostracizzare né estraniare nessuno, ma questo approdo di civiltà passa necessariamente attraverso l’onestà intellettuale di tutti, contagiati e sani. Senza trasparenza non si costruisce accordo. E se tutti ci siamo commossi ed abbiamo gioito all’ultima scena del film Philadelphia, con altrettanta carica emotiva oggi dobbiamo applaudire una sentenza epocale, che non vediamo l’ora di leggere.

Perché nessuno, in omaggio alla sua privacy o alla sua paura di essere isolato, può sentirsi in diritto di far del male al prossimo.

[1] Allarme Aids in Lombardia di R. Redaelli, in milano.corriere.it

[2] Supplemento Notiziario Istituto Superiore della Sanità – Coa (Centro Operativo Aids) 2016

[3] Surveillance Report – HIV/AIDS surveillance in Europe 2015

[4] Quadi 4 miliardi e mezzo di dollari per il triennio 2017-19, contro un investimento complessivo del Global Fund di 13 miliardi di dollari, in Aids/Hiv, i numeri che spaventano (anche) l’Europa, in www.lettera43.it

Credits Immagini: polskeradio.pl

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *