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Dalle parole agli spari. Le dichiarazioni contro gli stranieri sono responsabili della violenza?

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di Chiara Palumbo

C’è una bambina di undici anni, a cui qualcuno avrà dovuto dire qualcosa che nessun figlio vorrebbe ascoltare. Una bambina che ha dovuto scoprire che il papà non tornerà, che la tavola della casa in cui si erano da poco trasferiti avrà un posto vuoto. Eppure non era anziano, anche se a lei, magari, lo sembrava. Papà Assane aveva 54 anni. Ma a privarne sua figlia non è stato un gioco baro della sorte, ma undici colpi di pistola esplosi in mezzo alla strada, come in un film per chi ama le emozioni forti. Ma questo non è un film, e ad  esploderli un uomo, Fabrizio Butà, che, prima di colpire Diallo, gli avrebbe rivolto insulti razzisti. Italiano, come l’uomo che ha ucciso il sindacalista Soumaila Sako, e i giovani che hanno sparato esponendo dal finestrino dell’auto la canna di un fucile a pallini e colpendo all’addome Konale, cuoco ventunenne reso noto dalle telecamere di Masterchef, che vive a Napoli ed è nato in Mali. Come Deby e Sekou, feriti a Caserta con la stessa dinamica, ma con una pistola, da due ragazzi che, secondo le testimonianze, premendo il grilletto hanno urlato: “Salvini, Salvini!”.

Il ministro dell’Interno è insediato nelle sue funzioni da poco più di cento giorni, e le sue esternazioni contro i migranti irregolari e le minoranze etniche si susseguono con la stessa rapidità con cui sembra si stiano moltiplicando questi episodi.

Le parole dei due casertani sembrano segnalare una correlazione diretta tra i due eventi, sottolineata sia da Konale che dalla moglie di Assane.

Una discussione, quella sulle conseguenze del linguaggio della politica, che è sollevata ormai da diversi mesi, con accenti estremi in occasione di alcuni episodi drammatici quali la tentata strage di Luca Traini a Macerata. Traini era stato candidato a sua volta per la Lega, e adesso la posizione di potere istituzionale acquisita dal partito di Salvini fa supporre ad alcuni l’esistenza di una corelazione diretta.

È possibile accreditare la responsabilità morale di atti violenti alle dichiarazioni pubbliche di un esponente politico?

Chi le fa, quelle dichiarazioni, ci ricorda che la responsabilità penale è del tutto individuale, e 

che sia una forzatura sostenuta dall’ideologia considerare dichiarazioni di natura politica o propagandistica come forme di istigazione alla violenza. La parola, sostengono, di per sé non agisce oltre sé stessa. Espressione di pensiero, soprattutto laddove non inciti direttamente all’omicidio o all’azione violenta contro un dato gruppo sociale, e l’atto violento stesso, sono quindi sono inevitabilmente scissi.

Esiste però una corrente di pensiero opposta, di cui – ad esempio – la sociologa Judith Butler ha dato conto in “parole che provocano”. Butler muove da un assunto persino antecedente: dato che l’uomo è un essere linguistico, definito dal fatto di usare il linguaggio e da quello che sceglie di utilizzare, la parola stessa può agire e creare vulnerabilità su chi subisce l’insulto, che ne viene sminuito o ferito concretamente.

Secondo Butler, le parole possono essere performative: possono cioè creare ciò che dicono, esserne la causa attiva. Questo può avvenire se le parole che provocano diventano rituali, cioè vengono ripetute nel tempo creando quindi una percezione condivisa da una società dentro alla quale possono essere percepite come coerenti e accettabili. In parole più semplici: se il contesto creato da una parola, una dichiarazione o un attacco, spinge qualcuno a ritenere che il problema sollevato da una parola possa essere risolto sparando, quella parola – sul piano filosofico – può diventare una parola che agisce, non più soltanto una emissione di voce. L’attacco o l’insulto a una categoria sociale (quale quella dello straniero, che sovente da questa forza politica viene raggruppato indistintamente sotto la definizione di immigrato clandestino) priva – secondo Butler – l’insultato (di qualsiasi categoria faccia parte) del suo legittimo posto nel mondo e nel discorso, facendo si che venga percepito come diverso, altro dalla società nel suo complesso, e quindi estraneo e, spesso, dannoso. Ne consegue che “il linguaggio, se può sostenere il corpo, può anche minacciarne l’esistenza”.

Che si stia creando un’aria pesante di stanchezza e scontro diffuso non è soltanto una percezione, e i casi di cronaca lo testimoniano tristemente giorno dopo giorno. La sempre più diffusa intenzione a premere grilletti nasce dalla follia individuale di chi vuole sentirsi un cowboy, un giustiziere della notte così come da fattori esogeni, dall’esasperazione della crisi economica all’aumento degli sbarchi. Naturalmente, gli avvenimenti esterni generano le condizioni per la ripetizione di alcuni concetti violenti, che finiscono con il creare un nemico contro il quale qualcuno si sente autorizzato ad agire contro il buonsenso, la legge, o il vivere civile.

Eppure davvero, in questo, si può pensare che le parole – tanto più se espresse da chi detiene il potere – non abbiano peso?

In che misura questo possa contare in sede legale compete stabilirlo agli esperti della giurisprudenza. Chi si occupi di società e di linguaggio, però, non può da parte sua non rilevare una nota quasi banale, che ciascuno si è sentito dire da bambino quando usava termini di cui ignorava il significato o lanciava – anche ironicamente – un insulto dal quale veniva ferito. Le parole hanno un peso.

E chi faccia politica – e quindi, al giorno d’oggi, soprattutto comunicazione – non dovrebbe avere sponde per ignorare che, se anche non può controllare direttamente né condizionare le azioni che le sue parole creeranno, non può permettersi di non considerare, prima di aprire bocca davanti a un microfono o sulle pagine di un giornale, tutte le possibili ricadute delle parole che utilizza. Come per la legge e la medicina, la comunicazione non (dovrebbe poter) ammettere ignoranza.

 

Credits immagini: milano.fanpage.it/ e repubblica.it

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