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Dal carcere manicomiale al campo di calcio: il diritto di esistere di chi soffre di un disturbo psichiatrico

Di Roberta Cacioppo

 

[I pazienti psichiatrici all’interno del manicomio]
venivano lavati in serie a 10 alla volta come se fosse normale…
la routine faceva diventare normali certe cose, ma invece non era normale affatto.
L’atteggiamento era quello non dell’ascolto dell’altro, dell’entrare in contatto con l’altro,
ma era soltanto quello di controllare l’altro.
Natale Caleraro psichiatra ospedale psichiatrico Quarto (GE) dal 1978

Cinque persone affette da disturbi psichiatrici di varia natura – depressione, schizofrenia, disturbo della personalità, … -, vincono la Dream World Cup giocando a calcio: una campionato mondiale riservato, che si prefigge di combattere lo stigma e favorire l’utilizzo dello sport come pratica di riabilitazione. Quest’anno l’incoronazione è avvenuta proprio in Italia, in un periodo decisamente speciale: nel 40mo anniversario dell’approvazione della legge 180 – cosiddetta legge Basaglia –, che nel 1978 ha sancito la chiusura dei manicomi.

Oggi sembra impossibile, per chi non abbia visto all’epoca strutture del genere, immaginarsi come dovesse essere vivere confinati in quei luoghi, e questo ci dice di quanta strada sia stata fatta: le persone con disturbi psichiatrici possono ora essere considerate degli individui, e non guardate solo per la loro diversità e attraverso quella lente giudicate malevolmente e private di dignità e libertà.
La rivoluzione portata dalla legge 180 va certamente compresa nell’alveo degli importanti movimenti culturali e politici iniziati negli anni ’60: conoscerne il contesto di approvazione permette di osservare questa norma con uno sguardo più consapevole. L’Italia era in pieno sconquasso da terrorismo, il Parlamento si stava occupando da tempo di una ridefinizione del Sistema Sanitario Nazionale, e c’era lo spauracchio di un referendum abrogativo della legge manicomiale del 1904 promosso dal partito radicale, che se avesse visto vincere i “no” avrebbe blindato quella stessa legge all’epoca in vigore, rendendone impossibili eventuali modifiche. Un movimento culturale e filosofico che in quel tempo si scagliava contro le istituzioni totalizzanti e il controllo sociale delle persone si stava già da tempo diffondendo in diverse regioni italiane, e Franco Basaglia contribuì fortemente a diffondere in Italia un’idea nuova di psichiatria: si trattava quindi di un vero e proprio dibattito culturale, non trincerato esclusivamente tra le fila della sanità italiana.
All’epoca, il manicomio era un’istituzione in cui erano internate decine di migliaia di persone, non necessariamente sofferenti di disturbi mentali – perché la legge di riferimento citava la pericolosità o il “pubblico scandalo” tra le motivazioni per il ricovero – e non era certo un luogo dedicato alla cura: perciò erano confinate anche persone con disabilità più o meno gravi, emarginate socialmente, persino bambini nati all’interno e da lì mai usciti.
Ciò che successe da Basaglia in poi – che ha richiesto decenni, e in alcune Regioni è, di fatto, ancora in corso – prende le mosse dal riconoscimento che il riconoscimento della sofferenza mentale di una persona sia un passaggio preliminare fondamentale: per agevolare l’instaurazione di una relazione umana con quella stessa persona, evitandone la stigmatizzazione a causa della sua malattia.
Oggi, 40 anni dopo, lo stigma viene combattuto spesso attraverso l’affermazione di buoni modelli di identificazione: entrare in contatto con qualcuno che è riuscito a ottenere un risultato dimostra che raggiungerlo è possibile, quindi accenda la speranza e alimenta la motivazione.

“La chiusura dei manicomi era un imperativo: se penso che sei una persona come faccio a continuare a torturarti?”
Peppe Dell’Acqua, considerato l’erede di Franco Basaglia

Il campionato mondiale di calcio per persone con una malattia psichiatrica permette quindi ai calciatori di fare un’esperienza positiva di inclusione sociale, e agli spettatori di acquisire una maggior fiducia, ad avere uno sguardo non più uguale a prima.. La base concettuale da cui la legge 180 fu pensata si poggia sul convincimento che la possibilità di recupero di una persona con una malattia mentale passi necessariamente attraverso il suo reinserimento nella società: questo campionato accentua ulteriormente la dinamica di integrazione. Riconoscere la singolarità dei membri della squadra implica entrare in relazione con loro per aiutarle, senza paternalismo, pur se in presenza di operatori che siano in grado di prendersi la responsabilità professionale di ciò che fanno con queste persone.

È così: le persone con un disturbo psichiatrico sono persone, non più oggetti. Possono esprimersi e comunicare. A loro – rispetto a 40 anni fa – vengono restituiti i propri diritti, anche attraverso il rispetto globale (fisico e psicologico), il riconoscimento della loro individualità, la valorizzazione della loro soggettività e delle storia personale. Riconquista della libertà, quindi, della stessa libertà di cui gode ciascun cittadino, indipendentemente dal fatto di avere una qualche patologia.

La SIP – Società Italiana di Psichiatria – dice che le persone affette da disturbi mentali sono in aumento costante negli ultimi anni. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ritiene che questi numeri siano destinati a crescere ulteriormente, superando per incidenza le malattie cardiovascolari, che ad oggi sono in prima posizione. In Italia, il Ministero della salute ha dichiarato – nel suo Rapporto sulla salute mentale– che nel 2016 in Italia più di 800mila persone sono state assistite per problemi psichiatrici .

Nuove patologie stanno nascendo, migliora la capacità di diagnosticare determinati disturbi, con la conseguente possibilità di intervenire tempestivamente, e aumentano le possibilità di affrontare queste patologie, anche in modo creativo, come nel caso del campionato di calcio.

Credits immagini:

O1: wired.it

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