Attualità

Comprendere non è giustificare: Riina ha diritto ad una “morte dignitosa”?

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Di Roberta Cacioppo.

 “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari

al senso di umanità e devono tendere

alla rieducazione del condannato […]”.

Art. 27 della Costituzione

 

Totò Riina, criminale italiano legato a Cosa Nostra, è un uomo che per decenni ha sconvolto l’Italia: ha sparso sangue, messo bombe, fatto saltare in aria giudici, sciolto un bambino nell’acido, perfezionato esecuzioni crudeli, minacciato magistrati.  E non si è mai pentito. Ma anzi, dal carcere ha continuato ad impartire ordini.

Oggi è un pluri-ergastolano di 86 anni, ormai gravemente malato, accusato di centinaia di omicidi, e condannato a decine di ergastoli, recluso in regime di 41-bis dal 1993 da 24 anni. Si tratta del cosiddetto “carcere duro”: in completo isolamento dagli altri detenuti, in cella singola e senza accesso agli spazi comuni, anche nell’ora d’aria quotidiana; la sorveglianza è continua; i colloqui con i familiari sono limitati in quantità e qualità (nessun contatto fisico); la posta in entrata e in uscita è controllata; molti oggetti personali sono proibiti all’interno della cella (penne, quaderni, denaro, macchine fotografiche, bottiglie, ecc). Certamente una situazione al limite dell’umana sopportazione; ma evidentemente necessaria. Adesso viene chiesto ai magistrati di valutare se farlo uscire dalle strutture carcerarie preposte per potergli dedicare cure adeguate, essendo Riina affetto da una grave cardiopatia.

riina00La scorsa settimana, la prima sezione penale della Corte di Cassazione è uscita con una sentenza che lo riguarda, e che ha generato moltissime polemiche ovunque: nelle parole tra la gente, sui media, sui social network, c’è persino chi sta raccogliendo firme attraverso una petizione online. L’anno scorso, infatti, il Tribunale di Sorveglianza di Bologna aveva negato l’uscita di prigione di Totò Riina, nonostante la necessità per lui di cure mediche adeguate. E ora la Cassazione ne ha richiesto motivazioni più accurate:  il Tribunale di Bologna dovrà accertare (e motivare «adeguatamente», a differenza di quanto già successo) se «lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza e un’afflizione di tali intensità da eccedere il livello che, inevitabilmente, deriva dalla legittima esecuzione della pena».  Con queste motivazioni – basate su principi stabiliti dalla Costituzione e dalla Convenzione europea dei diritti umani – quindi, la Cassazione apre alla possibilità che Riina venga scarcerato..

E l’opinione pubblica si è scatenata.

E’ ancora pericoloso: non può uscire di prigione”.

Con quello che ha fatto alle persone che ha ucciso, perché dovrebbe avere il diritto a una morte dignitosa?”

Qui inevitabilmente deve delinearsi una linea di demarcazione. Una società civile, basata su uno Stato di diritto, rispetta la vita e la morte di ogni essere umano, attraverso le leggi. Se questo non succedesse, sarebbe un’abdicazione totale, e funzioneremmo con le modalità arcaiche tipiche dei bambini piccoli: senza regole, senza civiltà.

La differenza è quindi tra uno Stato che deve mantenersi civile, dando risposte fredde, e i singoli cittadini, che spesso invece hanno reazioni calde – se non decisamente bollenti – come quando inneggiano alla morte di Riina. In uno Stato di diritto e in una situazione obiettivamente complessa e contrastata come questa, l’obiettivo è duplice: la tutela della sicurezza dei cittadini, ma anche la morte dignitosa di tutti, cioè anche di Totò Riina.

Il fatto che in molti si siano espressi sostenendo che, poiché Riina ha provocato tante morti decisamente non dignitose, altrettanto si merita succeda a lui, è abbastanza comprensibile dal punto di vista psicologico: la vendetta viene considerata una forma di giustizia (pur se primitiva), nella quale la sofferenza di chi ha ferito l’altro vorrebbe cercare di ristabilire un equilibrio. Il desiderio di vendicarsi nasce da un bisogno di riparare quello che gli è stato danneggiato dall’altro.

Ma il fatto che sia comprensibile, non la rende affatto giustificabile, né sul piano psicologico, né su quello sociale. Questo tipo di vendetta, infatti, non può avere un reale effetto risarcitorio, soprattutto nel momento in cui, con l’applicazione dell’”occhio per occhio, dente per dente”, ciò che viene chiesto è una sorta di risarcimento morale. La vendetta va oltre la rabbia, e si riduce a essere meramente distruttiva, senza margini correttivi o positivi/potenziali. Ha a che fare con la mancanza di senso di colpa, e manca di preoccupazione per le conseguenze morali, sociali e personali.

Somiglia molto a quello che succedeva nel Medioevo, quando si bruciavano le streghe in piazza. Vendetta e giustizia, infatti, sono stati linguisticamente sinonimi in quel periodo storico, al quale ancora oggi si fa riferimento per citare un momento oscuro, greve.

L’evoluzione della società moderna ha trovato una sorta di compromesso: la vendetta è considerata una forma di giustizia privata (e in quanto tale non tollerabile), mentre la giustizia collettiva si chiama punizione. E il carcere è una punizione, soprattutto nel regime del 41 bis.

Le parole recentemente pronunciate da Nando Dalla Chiesa sono molto toccanti ed esplicative di ciò di cui stiamo parlando:

Io non perdono. Lo considererei un tradimento non solo verso la mia storia, ma verso centinaia e centinaia di altre terribili storie. Ma so accettare che un ergastolano ebbro di sangue, possa uscire dal carcere per andare a morire nel suo letto. Non diciamo “dignitosamente”, però, perché mai Totò Riina potrà morire con dignità. Diciamo “in libertà”; ovvero dignitosamente per noi, per la nostra democrazia, perché gli siamo infinitamente superiori. Accetto che esca per andare a morire nel suo letto, però. Non per starsene agli arresti domiciliari a dare ordini o minacciare. Perché ricordiamo bene i ciechi messi in libertà che vanno a fare stragi di testimoni. I pazzi che riprendono lucidamente le fila dei loro affari. I moribondi che d’incanto si svegliano e camminano.”

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