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Come sono punite in Italia le molestie sessuali

Pubblicato il Pubblicato in Violenza di genere

di Alessia Sorgato.

Locandina_Web1ppAll’inizio di febbraio si è alzato un polverone mediatico sulla sentenza palermitana con la quale un uomo, all’epoca dirigente della Agenzia delle Entrate, è stato assolto dall’accusa di violenza sessuale commessa nei confronti di due colleghe. Trattandosi di una assoluzione, si potrebbe dedurne che questi comportamenti inaccettabili restino impuniti in Italia e, quindi, che chi li subisca sia privo di tutela ma non è così, per fortuna, anche se bisogna chiarire bene che in Italia un conto è la giustizia civile, mentre tutt’altra questione è la giustizia penale, quella che scaturisce da una denuncia, per semplificare, e che approda in un’aula come quella dove si è celebrato il processo a Palermo.

Sgombriamo immediatamente il campo da un facile fraintendimento: nel nostro codice penale non è previsto il reato di <molestie sessuali> per cui, ogni volta che si affronti una vicenda del genere, ci si deve chiedere se possa rientrare in una ipotesi invece esistente, quindi nella molestia semplice (ossia la contravvenzione punita dall’articolo 660 del codice penale) e/o nella violenza sessuale (di cui l’articolo 609 bis e seguenti).

Uno dei principi– cardine del sistema penale moderno, infatti, si chiama “divieto di analogia” e impedisce di applicare la pena prevista per un reato ad un comportamento che si limiti ad <assomigliare> a quello punito espressamente.

La Corte di Cassazione ha chiarito (per esempio con la sentenza n. 38719 del 2012) che:

  1. – si ha molestia in caso di proposte oscene, gesti volgari, toccamenti in zone non erogene e così via
  2. si ha violenza sessuale invece in presenza di due presupposti: il requisito soggettivo (da provare nel molestatore) dell’intenzione di raggiungere l’appagamento dei propri istinti sessuali e quello oggettivo della idoneità a violare la libertà di autodeterminazione della vittima nella sfera sessuale, ossia – in parole più semplici – la possibilità che questa possa ancora rifiutare l’avance: integrano infatti questo delitto gli atteggiamenti caratterizzati dall’uso di violenza o minaccia.

Per fare ancora qualche esempio, basta dire che quando il comportamento, pur indesiderato, “prescinda da contatti fisici e si estrinsechi in petulanti corteggiamenti non graditi, telefonate o espressioni volgari, nei quali lo sfondo sessuale costituisce un motivo e non un momento della condotta” il giudice condannerà per molestie , che abbiamo chiamato semplici per comodità (Cassazione penale, sezione III, sentenza n. 233319 del 25 ottobre 2005) mentre applicherà la pena molto più grave per violenza sessuale in caso di toccamenti, palpeggiamenti e sfregamenti di parti del corpo della vittima comunemente ritenute come erogene (Cassazione penale, sezione III, sentenza n. 27469 del 5 giugno 2008).

La nozione di atto sessuale normalmente usata nelle sentenze penali è di fatti quella “risultante dalla somma dei concetti di congiunzione carnale e atti di libidine, (previsti dal codice penale prima della riforma del 1994, NdA), e ricomprende tutti gli atti che – secondo il senso comune (…) – esprimono l’impulso sessuale dell’autore con invasione della sfera sessuale della vittima” (sentenza n. 27469 del 2008 già citata).

Il criterio distintivo, quindi, in linea di massima coincide con la differenza tra le molestie verbali (allusioni, corteggiamenti, volgarità) e quelle più fisiche (sfioramenti, toccatine e così via) che implicano la violazione del diritto della vittima a non essere palpata senza il suo consenso.

E ancora non basta: il diritto penale esige un’ulteriore componente del comportamento, che attiene alla sfera psicologica. Perché si possa condannare in un’aula penale si deve provare anche che quell’atteggiamento sia stato volontario e cosciente, “doloso”, secondo il gergo giurisprudenziale, e non tenuto a mo’ di scherzo, di gioco o di convivialità.

Più semplice quindi può risultare l’accesso alla giustizia civile che non esige tutte queste prove (spesso non semplici soprattutto perché stiamo trattando di fatti commessi in luoghi di lavoro dove possono prevalere dinamiche varie a tutela del posto, dello stipendio e così via).

Disponiamo infatti di una legge ( decreto legislativo 30 maggio 2005 n. 145) che ha reso esecutiva in Italia la Direttiva europea 2002/73/CE in materia di parità di trattamento tra gli uomini e le donne, per quanto riguarda l’accesso al lavoro, la formazione e la promozione professionale e le condizioni di lavoro.

Questa legge ha regolamentato le “azioni positive per la realizzazione della parità uomo-donna nel lavoro” arrivando a definire le molestie come comportamenti– si badi – discriminatori che hanno “lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo”.

La legge del 2005 distingue tra le molestie in generale (identificate in quei comportamenti indesiderati, posti in essere per ragioni connesse al sesso) e le vere e proprie molestie sessuali (che invece si realizzano in quei comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, espressi in forma fisica, verbale o non verbale) ma la sostanza cambia di poco perché entrambe conducono all’obbligo, per chi le ha esercitate, di risarcire il danno a chi le ha patite.

Sarà pertanto l’atto di citazione (e non la denuncia penale) lo strumento da utilizzare per convocare l’autore delle molestie davanti ad un giudice civile, magari assieme al datore di lavoro, se possa essere provato che questi era a conoscenza del comportamento sgradito del dipendente/dirigente accusato e non abbia adottato alcun provvedimento per impedirglielo.

Si è visto, quindi, che strumenti per difendersi dalle molestie ne esistono eccome.

Chiuderei con un monito generale, valido anche per altre situazioni sgradevoli: conoscere i propri diritti significa sapere anche dove rivolgersi per ottenere giustizia ed il ripristino della situazione di legalità.

Non si può chiedere all’autorità sbagliata e poi andare sui giornali a lamentarsene.

Credits immagini: www.umbrianotizieweb.it

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