Attualità

Chi è Silvia Romano e perché tanto odio nei suoi confronti?

A cura di Ilaria Prazzoli

 

Non poteva giungere notizia più bella a squarciare l’angosciante tensione di questo periodo: Silvia Romano è libera! Lo scorso 10 maggio ha potuto finalmente riabbracciare la sua famiglia, dopo diciotto mesi di prigionia in Africa.

Chi è Silvia Romano?

Silvia Romano, classe 1995, è una giovanissima volontaria di Milano. Laureata in Mediazione Linguistica per la Sicurezza e Difesa Sociale, nell’estate del 2018 decide di partire per la sua prima esperienza di volontariato in un orfanotrofio in Kenya. Il periodo trascorso in Africa rimescola le sue priorità: l’aiuto verso i più bisognosi diventa una componente fondamentale, indispensabile, nella sua vita. Così, dopo poche settimane dal suo rientro in Italia, sceglie di partire nuovamente per l’Africa con la Onlus Africa Milele.  

Silvia viene rapita il 20 novembre 2018 in un piccolo villaggio nella contea di Kilifi, in Kenya. Sembrerebbe che quel luogo non fosse sorvegliato da alcuna forza dell’ordine perché considerato ormai un ‘’posto tranquillo’’ (da anni non si verificavano episodi di violenza). Verso le 20 di quella sera, una banda di uomini armati di fucili e machete fa irruzione nel villaggio e sequestra Silvia, lasciando dietro di sé una scia di feriti. Con tutta probabilità si tratta del gruppo terroristico somalo di Al-Shaabab, una fazione legata ad Al-Qaeda. 

Da quel momento, le notizie di Silvia Romano cessano. I mesi trascorrono nel silenzio; un silenzio che per la famiglia di Silvia è straziante. Poi, improvvisamente, alcune indiscrezioni giornalistiche sembrano confermare che  la volontaria è viva ed è stata trasferita in Somalia, ancora prigioniera. Pare, infatti, sia stata venduta ad un altro commando armato. Dopodiché, cala nuovamente il sipario.

La bella notizia giunge direttamente dal Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il 9 maggio 2020: Silvia Romano è stata liberata a Mogadiscio, attraverso un’operazione dei servizi segreti italiani, somali e turchi. Alle 14:00 dello scorso 10 maggio, il jet dell’Intelligence atterra a Ciampino, dove Silvia può finalmente riabbracciare la sua famiglia, sotto gli occhi commossi del mondo intero. Sono trascorsi 18 mesi dal suo rapimento: oltre 500 giorni vissuti in una realtà sconosciuta e violenta, lontana dalla sua casa e dai suoi affetti. 

“Quanto è costato allo Stato riportarla in Italia?”

Ecco l’unica domanda che sembra essere sulla bocca di tutti. O meglio: non di tutti, soltanto di chi si sente più scaltro degli altri, sommo conoscitore del mondo e delle sue cose. Queste persone non si chiedono, per esempio, come possa sentirsi Silvia, o che momenti angoscianti debba aver trascorso durante tutti questi mesi. No, persino il dramma di una giovanissima ragazza diventa pretesto di strumentalizzazione e propaganda politica. Sono centinaia i commenti d’odio riportati sotto le notizie della sua liberazione: “Ma quanto ci sei costata? Ora stattene a casa!”, “Se le piaceva il caldo, perché non lasciarla lì?’”, “La cosa mi lascia indifferente, ci sono problemi molto più importanti ai quali pensare”. Ma è davvero questa l’Italia? Che cosa le è successo? Da quando l’ umanità è diventata così rabbiosa? 

Silvia, al momento del rapimento, cooperava con l’associazione Africa Milele per la costruzione di un orfanotrofio che avrebbe ospitato bambini orfani di entrambi i genitori. Lo scopo principale del progetto era quello di assicurare assistenza sanitaria e istruzione a tutti coloro che non hanno la fortuna di nascere in Paesi in cui ciò è garantito di diritto. Silvia Romano contribuiva volontariamente alla serenità dei più deboli, dei dimenticati, degli emarginati. Ma evidentemente questo non è sufficiente a soddisfare le bocche inacidite dall’odio: Silvia “se l’è cercata, e ora gli italiani devono pagare per le sue bravate. Poteva aiutare in Italia”. Come se rischiare gratuitamente la propria vita per offrire aiuto ai meno fortunati fosse un riprovevole tradimento, soltanto perché rivolto ai paesi del Terzo Mondo e non al proprio. 

Il 10 maggio il quotidiano «Libero» riportava in prima pagina il titolo “Liberata Silvia Romano: quanto hanno pagato?. Mentre il giorno seguente l’editoriale di Alessandro Sallusti esordiva con: “Quattro milioni in meno, e un’eroina di sinistra in più. Aldilà del fatto che il caso di Silvia Romano sembra essersi trasformato in una lotta politica, ha veramente importanza sapere se e quanti soldi siano stati pagati per lei? Per un essere umano tenuto prigioniero? “Pagare il riscatto – secondo Vittorio Feltri, Direttore di «Libero» -, significa finanziare i terroristi islamici amici della ragazza”.

La domanda che sorge ora spontanea è: se fosse stata sua figlia ad essere rapita, avrebbe affermato lo stesso? Qualsiasi sia stata la cifra versata per comprare la sua libertà – che di per sé è già un’espressione agghiacciante, come se Silvia fosse un pacco venduto tra bande di criminali -, pagarla è stata la cosa più giusta da fare. Perché ora una ragazza di 25 anni (che all’epoca ne aveva 23), può tornare a vivere e, se è forte, anche a sorridere. E a Silvia Romano sicuramente la forza non manca. 

“Si è convertita all’Islam: è una terrorista?”

Il rancore radicato negli haters non si è fermato alla sola questione economica: quando Silvia Romano, di fronte al Pubblico Ministero e ai Carabinieri, ha dichiarato di essersi convertita all’Islam, un’altra feroce ondata di rancore si è scagliata contro di lei. «Il Giornale», lo scorso 11 maggio, esordisce così: “Schiaffo all’Italia: islamica e felice, Silvia l’ingrata“. E, sfruttando il fatto che la ragazza, scesa dall’aereo, indossasse lo jilbab, la tipica veste islamica, prosegue: Abbiamo pagato 4 milioni per salvarla, ma la volontaria è tornata con la divisa del nemico jihadista“. C’è addirittura qualcuno, in politica, che ha paragonato Silvia alla superstite di un campo di sterminio, che ritorna in patria “convertita al nazismo e indossando la divisa delle SS“. Il ragionamento sarebbe il seguente: come nel XX secolo era nazista chi portava una svastica cucita sugli abiti, così è un integralista islamico chi oggi indossa un jilbab. Come se Islam fosse automaticamente sinonimo di terrorismo.

Sulla stessa scia, anche la dichiarazione shock di Vittorio Sgarbi giunge affilata come una lancia: “Se Silvia Romano è radicalmente convertita all’Islam, va arrestata per concorso esterno in associazione terroristica. O si pente o è complice dei terroristi’’. Tutte queste supposizioni infamanti, agli occhi dell’opinione pubblica, dipingono Silvia alla stregua di una criminale: quasi come se avesse scelto lei, quel 20 novembre 2018, di essere rapita e tenuta prigioniera per un anno e mezzo. 

Inoltre, che si sia davvero convertita alla religione musulmana oppure sia stata obbligata a farlo, ha, nel dibattito, poca importanza. Da quando la conversione a una data religione influisce sulla decisione di aiutare o meno una persona? Silvia è viva e libera, e i suoi concittadini dovrebbero gioire solo di questo. Nonostante lei dichiari di essere stata trattata bene durante tutto il periodo di prigionia, l’esperienza traumatica che ha vissuto la segnerà irreparabilmente per il resto dei suoi giorni. A soli venticinque anni, Silvia ha probabilmente vissuto momenti che nessuno, neanche dopo tre vite, meriterebbe di sperimentare. Il suo viso, che dovrebbe essere quello spumeggiante ed energico di una giovane donna, è visibilmente maturato, solcato da occhiaie scure e profonde. E se sorride, è soltanto un motivo in più di cui gioire

Dunque, forse è il caso di farsi un esame di coscienza: nessun genitore, fratello o amico sarebbe stato contrario al pagamento di un riscatto, se questo avesse garantito la libertà del proprio affetto. Perché nessuno vorrebbe vivere in uno Stato in cui i soldi hanno più importanza degli esseri umani stessi. E allora che senso ha continuare a rigurgitare parole offensive, discriminatorie e sessiste? Tollerare contenuti infamanti su web e giornali con la scusa della ‘’libertà di pensiero’’, è diventato inaccettabile. Non si tratta di libertà di stampa, ma di disumanità

L’angoscia, la rabbia e la frustrazione accumulate nelle nostre vite dovrebbero addolcirsi, di fronte a notizie così emozionanti. E invece molti sembrano in grado soltanto di tramutarle in odio verso il proprio simile. Un odio che sta costringendo la Prefettura di Milano ad assicurare a Silvia Romano una scorta di sicurezza, per proteggerla dalle minacce di morte dei suoi stessi connazionali

Il concetto che fin troppi sembrano ignorare è quello di empatia: la capacità di comprendere lo stato d’animo o l’esperienza vissuta di un’altra persona. Soltanto Silvia sa che cosa sia davvero accaduto durante la sua lunga prigionia: che almeno si abbia il rispetto di non proferire parola su qualcosa che non si conosce. Non dimentichiamo mai che esiste una sola razza, quella umana, e ognuno di noi ne fa parte completamente. 

FONTI

corriere.it

agi.it

tg24.sky.it

liberoquotidiano.it

ortebraccionews.wordpress.com

CREDITS

Copertina

Un pensiero su “Chi è Silvia Romano e perché tanto odio nei suoi confronti?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *