Cultura vs. Discriminazioni

Central Park Five: la storia vera di “When They See Us”

A cura di Nicole Pastore

 

Nella miniserie drammatica statunitense lanciata nel 2019 su Netflix When they see us, viene raccontato in quattro puntate uno dei casi di stupro che fecero la storia di New York. Nonostante la serie romanzi non poco gli eventi, la storia di fondo rende giustizia alla realtà e racconta un importante caso di discriminazione razziale, che portò alla condanna di cinque innocenti, cinque ragazzini che vennero chiamati dalla stampa statunitense i “Central Park Five”.

19 aprile 1989

La sera del 19 aprile 1989 un gruppo di una trentina di ragazzi che vivevano nel quartiere di Harlem si radunò a Central Park. Grazie ad alcune testimonianze, si stabilì che questo gruppo si mosse lungo la East Drive (nord-est del parco) e successivamente lungo la 97esima strada (a sud) tra le ore 21 e 21:40.

La stessa sera, Trisha Meili uscì di casa verso le 21 per andare a correre a Central Park, com’era solita fare praticamente tutti i giorni, ma dopo una quindicina di minuti di corsa venne aggredita, trascinata tra le piante lontano dalla strada, picchiata e stuprata. Fu trovata più di quattro ore dopo, nei pressi della 102esima strada, all’interno del parco, in ipotermia.

Alle 22, prima che la donna venisse ritrovata, la polizia aveva arrestato venti ragazzi tra cui Raymond Santana, Kevin Richardson e Steven Lopez, di quattordici anni, per altri attacchi commessi quella sera nel parco. Quando il corpo della Meili venne trovato dalla polizia, però, i collegamenti tra quelle aggressioni e questo stupro furono incredibilmente veloci e immediati, ma senza prove. Questo perché è facile arrivare a una conclusione basandosi sui pregiudizi, ma è anche molto pericoloso; soprattutto durante delle indagini, si rischia di non vederci chiaro.

Interrogatori e New York divisa in due

Trisha Meili rimase in coma dodici giorni, le ferite erano talmente gravi che i medici pensavano sarebbe morta, ma riprese gradualmente conoscenza: non ricordava nulla dell’accaduto, i suoi ricordi si interrompevano poco prima dell’aggressione, non le si poteva quindi chiedere di confermare o negare alcunché a riguardo.

Il 20 aprile 1989 vennero arrestati, però, altri ragazzi neri: Antron McCray, Yusef Salaam e Korey Wise, sospettati dello stupro, senza prove, solo perché sembrava fossero presenti la sera prima a Central Park. I primi due avevano quindici anni, mentre Korey era l’unico di sedici (e in realtà andò al parco solo per accompagnare Yusef). Questo atto di coraggio e amicizia gli costò caro, ma non poteva saperlo.

I sei ragazzi, Raymond Santana, Kevin Richardson, Steven Lopez, Antron McCray, Yusef Salaam e Korey Wise, vennero interrogati senza sosta, senza la supervisione di avvocati e genitori e senza che potessero mangiare o riposare. Alcuni genitori arrivarono, ma era troppo tardi: i ragazzi erano stati convinti a firmare una dichiarazione in cui ammettevano di aver commesso il reato. Salaam fu l’unico ad ottenere un avvocato, grazie alla madre che aveva parlato con Linda Fairstein, detective incaricata del caso. Lopez, invece, fu l’unico a dichiarare in una videoregistrazione che non conosceva la donna e non aveva avuto nessun contatto con lei.

Nella confusione di quelle ore, alcuni di loro vennero interrogati più di una volta e raccontarono che erano stati costretti a dichiararsi colpevoli, a collaborare (incriminandosi), per poter tornare a casa. Avevano tutti paura, venne chiesto loro di incolparsi a vicenda, venne detto loro che erano già stati incolpati da altri e quindi dovevano dichiarare qualcosa per potersi salvare. 

Era comodo incolpare i ragazzi e fare in modo che venissero condannati, anche senza prove, anche senza testimonianze veritiere, perché era facile così: la città stava vivendo troppi crimini, premeva per avere uno o più colpevoli da additare per l’ennesimo stupro, soprattutto se questo riguardava una donna bianca. L’urgenza di trovare qualcuno da condannare era troppa, meglio fare in fretta, meglio trovare subito qualcuno che non potesse difendersi. Fu così che la Grande Mela si ruppe in due: il quartiere di Harlem contro la New York tradizionalista, la città povera, nera e ispanica contro quella ricca, bianca, della vecchia New York.

Accuse, condanne e carcere

Escluso Lopez, l’unico che aveva negato nella deposizione, rimanevano in cinque, i “Cinque di Central Park”, che a maggio del 1989 vennero accusati e nel 1990 vennero giudicati colpevoli. Vennero divisi in due processi: McCray, Santana e Salaam prima e Richardson e Wise dopo. Vennero ritenuti colpevoli dello stupro e delle aggressioni a Trisha Meili; solo Richardson venne condannato anche per il tentato omicidio. Le prove principali contro gli imputati erano i filmati, girati in quelle ore di confusione e violenze in caserma, palesemente forzati. Inoltre, nessuno dei loro DNA corrispondeva a quello ritrovato in loco.

Furono condannati nonostante le numerose incongruenze e imprecisioni, nonostante McCray avesse collocato lo stupro più a sud del luogo effettivo, nonostante secondo le varie testimonianze avrebbero avuto solo dieci minuti per aggredire, stuprare Trisha Meili e tornare dal resto gruppo. Eppure, i quattro minorenni scontarono tra i sei e i sette anni di carcere minorile, mentre Wise, maggiorenne, rimase dentro fino al 2002, anno in cui Matias Reyes, che Wise conobbe durante la detenzione, confessò di aver stuprato Trisha Meili, da solo. Si riaprì il caso e il DNA trovato sul posto dello stupro corrispose a quello di Matias Reyes: era lui il colpevole.

Una ferita sempre aperta

Vennero annullate le loro condanne subito dopo la confessione di Reyes, ma sarebbero stati risarciti dalla città di New York solo undici anni dopo. Oggi, solo Korey Wise vive ancora a New York, dove ha fondato un’organizzazione chiamata Korey Wise Innocence Project, che assiste chi, come lui, viene condannato ingiustamente. Richardson vive in New Jersey, mentre gli altri tre in Georgia.

I ragazzi sono andati avanti con le loro vite, ma nessuno potrà mai ridare loro quegli anni passati in carcere, senza contare l’enorme trauma subito. Nonostante le esagerazioni della miniserie di Netflix, la loro storia merita di essere conosciuta e raccontata: il punto non è la fiction creata partendo dalla storia reale, ma i fatti che stanno alla base, esistiti e che non vanno dimenticati, e soprattutto, che non vanno ripetuti.

Troppo spesso ci si lascia prendere dai pregiudizi, dai quali si viene travolti senza pensare. Troppo spesso non ci si ferma a indagare la verità, scegliendo la via più facile. L’auspicio è che questi errori non vengano più commessi, che a pagare non siano gli innocenti e che alla base delle accuse non stiano pregiudizi razziali, ma prove.

 

FONTI:

Netflix

ilpost.it

opensocietyfoundations.org

CREDITS:

Copertina

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