Attualità

Canto l’arme pietose e ‘l capitano

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Di Alessia Sorgato.

Non me ne voglia il Tasso e tutti gli amanti della letteratura epica italiana, ma la suggestione ad usare il proemio della Gerusalemme liberata era troppo forte: pare quasi un incipit profetico sulla politica internazionale che sta agitando questi ultimi giorni dell’anno, così vicini alle festività natalizie e quindi rievocativi proprio di quei luoghi.

Chi sia stato a Gerusalemme, almeno una volta nella vita, non può non serbare ricordi emozionati di un luogo davvero unico al mondo, crocevia di culture, di storia e soprattutto di religioni. Questa città bellissima e martoriata, divisa da vere e proprie porte, che si chiudono ad orari fissi ed impediscono a chiunque di passare. Ebrei, cristiani, musulmani e armeni. Quattro quadranti, quattro grandi culti monoteistici, una convivenza pulsante persino all’interno del Santo Sepolcro. Difficile, politicamente forse impossibile il processo di pace che oggi, dicembre 2017, ha ricevuto un impulso sostanziale.

Trump ed il governo degli Stati Uniti, con dichiarazione del 6 dicembre scorso, ha dichiarato l’imminente trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo quest’ultima come capitale di Israele ([1]).

Questo è il fatto storico, la cui genesi va capita bene perché ad una lettura frettolosa non è così immediatamente comprensibile. Ce ne occupiamo non soltanto perché questo risulterà uno dei grandi eventi mondiali di quest’anno, ma perché la storia dei diritti dei popoli del mondo insegna a tutti qualcosa a proposito dei propri, spesso considerati “diritti quesiti”, prerogative dovute e forse a cui ci siamo abituati. La capitale.

Le impariamo da piccoli e probabilmente non ci domandiamo mai che significato abbiano. Sono città simbolo, dove viene messa la sede del governo di una nazione. Di una, o di più di una.

È il caso di Gerusalemme.

Se si osserva la cartina geopolitica di quella zona, Israele e Palestina, i cui confini sono così rapidamente cambiati in questi ultimi 70 anni, sembrano incunearsi l’uno nell’altro come i pezzi di un puzzle e la città sta proprio nel perno. Anzi, è il perno ([2]).

Sin dagli accordi segreti Sikes-Pikot, stipulati nel 1916 quando Gran Bretagna, Frabncia e Russia si spartirono le zone di interesse strategico dell’impero ottomano, prevedevano una “brown area” in cui comprese Gerusalemme, Nazareth e Betlemme, che avrebbero dovuto essere governate da una amministrazione internazionale.

Nel settembre 1947 l’Onu, con la Risoluzione n. 181, divise la Palestina in due Stati, uno ebraico e l’altro arabo e la creazione di un’enclave (un cosi detto corpus separatum) per Gerusalemme, ancora una volta affidato ad un regime internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Così è stato sino al 1967: la città nuova (a ovest) in mano agli israeliani e la città vecchia (la est), coi quartieri orientali, e soprattutto  con i luoghi simbolo per tutte le grandi religioni (il Muro del Pianto, la Basilica del Santo Sepolcro, la Moschea al-Aqsa, ecc.) in mano alle truppe giordane. E tra loro la cosi detta Green line. Poi la Guerra dei Sei Giorni, ed Israele occupa la parte di Gerusalemme prima in mano ai giordani e vi estende la sua legislazione. Da allora si comincia a chiedere per Gerusalemme uno “statuto speciale internazionalmente garantito”, predisposto in forma internazionale ed ecumenica, che garantisca le istanze delle diverse comunità religiose, sottraendole a decisioni eventualmente unilaterali.

Ma il governo israeliano si è sempre rivendicato la competenza esclusiva per le garanzie di accesso e fruizione dei Luoghi Santi di tutte le religioni, che fino ad oggi non era mai stata accreditata dalle Cancellerie degli organismi internazionali e degli Stati più influenti.

La Knesset, che già nel 1980 aveva proclamato unilateralmente Gerusalemme “unita e indivisa capitale di Israele”, si era vista infatti dichiarare nulla tale legge da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con una risoluzione – la 478 – che fu considerata violazione del diritto internazionale e serio ostacolo per il raggiungimento della pace in medio oriente.

Oggi il riconoscimento operato da Trump (che altro non ha fatto che rendere esecutiva una legge del Congresso americano risalente al 1995, di cui i suoi predecessori avevano sempre fatto finta di niente) porta come slogan proprio la pace.

I Palestinesi sono insorti, e con loro (più o meno sinceramente) praticamente tutto il mondo arabo.  L’Iran ha chiamato all’intifada ([3]). Si sono verificati vari scontri nella striscia di Gaza e in Cisgiordania ([4]). L’Egitto ha promosso una Risoluzione Onu da parte dell’Assemblea generale, riunita in sessione straordinaria, per chiedere al Presidente Trump di ritirare la dichiarazione di riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele, ma l’ambasciatrice americana, forte degli aiuti prestati nell’area, ha “minacciato” di segnarsi i nomi di chi voterà a favore ([5]).

In tutto questo assistiamo a un fronte compatto, finalmente, da parte della Ue: neppure l’arrivo di Netanyahu in persona a Bruxelles, che ha puntato sui tre grandi atout di Israele (gas, intelligence e innovazione) cercando sponde europee ne ha tratto grandi benefici. La stessa Mogherini  ha ribattuto invece che la pace va cercata con impegno rafforzato e non con posizioni radicali ed estreme ([6]) e che l’Europa caldeggia gli accordi del 1967 e la suddivisione di Gerusalemme capitale condivisa ([7]).

Persino il Vaticano, dove il 19 dicembre è giunto il re di Giordania a colloquio con Papa Francesco, pare essere visto come alleato super partes per reagire alla mossa di Trump ([8]).

Non possiamo ancora trarre conclusioni perché scriviamo nel clou della vicenda, degli incontri e delle dichiarazioni ufficiali. Nei Luoghi Santi la pace pare un miraggio da moltissimi anni: vi è il problema delle colonie israeliane e la politica degli insediamenti. Oggi si rincorrono le voci su chi “abbia vinto” in questo scacchiere: chi dice Putin ed Erdogan ([9]), chi i cristiani sionisti ([10]).

Ma la pace è un diritto di tutti, per cui tutti devono impegnarsi. Noi abbiamo il dovere di informarci e di sostenerne i promotori. Perché un giorno potrebbe essere a rischio anche la nostra.

[1] Ansa mondo, Trump riconosce Gerusalemme capitale Israele, proteste e bandiere Usa bruciate, Roma, 8 dicembre 2017

[2] Per una rassegna storica, si veda, per tutti, www.tpi.it/2017/12/07/cosa-significa-gerusalemme-capitale-israele/

[3] Per tutti, www.ilfoglio/esteri/2017/12/12/news/l-iran-chiama-all-intifada-168567/

[4] https://www.vanityfair.it/news/approfondimenti/2017/12/12/gerusalemme-cosa-ne-pensano-israeliani-e-palestinesi

[5] http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Gerusalemme-ambasciatrice-americana-Onu-Nikki-Haley-avverte-Prenderemo-nomi-di-chi-vita-contro-di

[6] Per tutti, www.huffingtonpost.it/2017/12/11/mi-aspetto-che-leuropa-faccia-come-trump-netanyahu-a-bruxelles-rivendica-la-scelta-di-gerusalemme-capitale

[7]http://www.repubblica.it/esteri/2017/12/11/news/gerusalemme_capitale_in_campo_la_diplomazia_internazionale_netanyahu_a_bruxelles_dobbiamo

[8] http://www.lastampa.it/2017/12/19/vaticaninsider/ita/inchieste-e-interviste/quei-giochi-di-sponda-sullasse-gerusalemmeroma

[9] http://www.liberoquotidiano.it/esteri/13288921/decisione-donald-trump-su-gerusalemme-capitale-israele-fa-due-vincitori-vladimir-putin

[10] http://www.lastampa.it/2017/12/07/vaticaninsider/ita-nel-mondo/gerusalemme-capitale-la-vittoria-dei-cristiani-sionisti

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