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Bullismo al femminile… anche questo può uccidere

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Di Roberta Cacioppo

Fine febbraio, Gran Bretagna: Mariam – una ragazza italiana di origini egiziane – viene picchiata da un gruppo di altre 8-10 coetanee. Il giorno dopo, nonostante i dolori viene dimessa dal pronto soccorso, entra in coma, ci rimane per 3 settimane e infine muore.

I media si prodigano per cercare moventi, intrecciare trame, attribuire responsabilità, fare ipotesi per cercare un qualche logica di quanto è successo. E’ la logica del capro espiatorio. In tutta l’analisi dell’accaduto, il filo conduttore sembra essere costituito dalla ricerca – ammesso che esista – di un colpevole. Si cerca una cornice, un senso per rendere meno spaventosa la morte brutale di una giovanissima.

I giornali si concentrano su informazioni diverse, che trapelano con il passare dei giorni: l’errore medico, ma anche lo scambio di persona. Nebbia. Si perde così di vista il centro della questione: delle ragazze hanno picchiato a sangue una loro coetanea come risposta a presunti insulti ricevuti via internet.

Ci sarà stato anche uno scambio di persona, però intanto Mariam è stata percossa fino a morirne. Ci sarà stato anche un errore medico, però prima Mariam è stata aggredita da un gruppo di coetanee.

Se poniamo l’attenzione su quel gruppo – branco – di ragazzine, la prospettiva è nitida: la gang (e una di loro in particolare, la leader) si è sentita presa in giro sui social network, e da lì è scattata la vendetta. Una rappresaglia premeditata, quindi, nella quale non sono mancate avvisaglie che si sono protratte per mesi, e che sono culminate nell’attacco esiziale.

E’ questa la verità che non deve emergere? Il tema della violenza tra ragazze è certamente sottorappresentato. Se ne parla meno perché più frequentemente si tratta di forme di sopruso subdole, difficili da individuare, ma che talora si presentano anche nelle forme più esplicite e platealmente aggressive. Come in questo caso. La letteratura scientifica cerca di studiare questi fenomeni: non è così raro che reali o presunte provocazioni via web generino vere e proprie spedizioni punitive. L’etimologia del termine violenza riporta al concetto di forza (derivato dal latino vis): essa ha una qualità impetuosa e comporta un’autentica sopraffazione della persona verso cui è rivolta. Il risultato della violenza, quindi, è profondamente distruttivo, anche in funzione di quanto l’aggressore si senta ferito sul piano narcisistico: “tu mi hai fatto del male, allora io ti de-umanizzo e ti punisco per difendere l’immagine che io ho di me, e che di me hanno gli altri”.

La vendetta diventa così un’azione di difesa della propria immagine identitaria: la persona ferita dalla percezione di essere stata insultata, si sente come se avesse tra le mani la “palla avvelenata”, e cerca di sbarazzarsene nel più rapido tempo possibile, senza preoccuparsi poi troppo che chi la riceve abbia avuto un ruolo effettivo nella provocazione da cui tutto ha avuto origine. Esattamente come è accaduto a Mariam.

E spesso questo tipo di reazione raffigura un male che è condiviso con un gruppo, perché giustificato dall’idea perversa di una forma di giustizia retributiva: si fa male a qualcuno, legittimati dal rispondere vendicativamente a un torto subìto.

L’Osservatorio Nazionale Adolescenza, nel 2016 ha raccolto dei dati molto interessanti su 8.000 adolescenti tra i 14 e i 19 anni, da cui emergerebbe che il 4% delle adolescenti sono cyberbulle e il 7% sono bulle perché mettono in atto delle prepotenze più di tipo diretto, fisico o verbale. Inoltre, il 7,5% delle ragazze dichiara di aver partecipato a risse e il 14% delle adolescenti ha picchiato un’altra persona; 1 ragazza su 10 ha commesso anche atti vandalici come rovinare vetrine, auto, autobus, imbrattare i muri o rovinare il suolo pubblico, e il 2% ha usato un’arma come coltellini, tirapugni o manganelli.

Il modo in cui l’attenzione pubblica sta osservando il suo caso specifico sembra eludere una questione peculiare: il fenomeno della violenza, e in particolare della violenza al femminile. Non si tratta di una questione marginale, e nemmeno trascurabile, ma è certamente qualcosa su cui la prevenzione seria, svolta da professionisti preparati, può fare molto.
Image credits: ilfattoquotidiano.it

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