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A chi è utile il coming out di Kevin Spacey?

Pubblicato il Pubblicato in Attualità, LGBT

Di Chiara Palumbo.

“Purchè la gente non lo sappia”. Deve esserselo ripetuto per anni, Kevin Spacey, prima di decidere di venire allo scoperto. Una frase che i “ragazzi che amano ragazzi” conoscevano bene. Un adagio che ha accompagnato generazioni, e che oggi non smette di avere presa su tanti ragazzi. Il timore di viversi apertamente sa ancora condizionare soprattutto i più giovani, convinti oggi come allora di essere i soli al mondo ad innamorarsi del compagno di banco.

É soprattutto per loro che diventa importante che sempre più persone scelgano di vivere i propri amori e i propri desideri. Ogni persona che sceglie di uscire dall’armadio è un esempio in più. È una mano sulla spalla di chi ha ancora paura, di chi vive situazioni realmente dolorose e complesse, di rifiuto e di esclusione spesso da parte di chi ci è più caro. Ogni volta che viene compiuto, il coming out quindi non diventa più solo un atto di libertà personale, che libera da paure e segreti spesso difficili da sostenere. Si trasforma anche in un potente atto politico, di liberazione collettiva.
La risonanza del gesto diventa ancora più grande se a compierlo è un personaggio noto. Vedere che un artista che amiamo ci somiglia, e si espone alle conseguenze di un gesto non ancora neutro, può avere una potenza deflagrante sui ragazzi. Può persino arrivare a scatenare effetti positivi di emulazione.

A maggior ragione se a fare coming out è un artista: categoria che spesso, contrariamente a quanto si possa pensare, può trovarsi esposta  a ripercussioni tangibili: a produttori che suggeriscono, anche oggi, più o meno velatamente, talvolta formalmente, di viversi “purchè la gente non lo sappia”. Amare chi desiderano, purchè ciò avvenga di nascosto dall’occhio invadente di un fotografo o delle telecamere. E non si tratta di un semplice consiglio. Senza scomodare esempi di casa nostra, si corre il rischio di perdere il lavoro per diversi anni, come accaduto a Ellen De Generes negli anni novanta, o venire imprigionati in un ruolo sempre uguale a se stesso, come sembra stia accadendo a interpreti come Ellen Page.
Per questo, il coming out di un attore può avere effetti dirompenti, al punto da offuscare tutto il resto. La risposta al coming out di Spacey ne sta fornendo proprio in questi giorni plastica dimostrazione.  Dopo che l’attore Antony Rapp, lo ha accusato di averlo molestato a quattordici anni, il suo coming out ha fatto passare le violenze sotto silenzio per molti organi di stampa, soprattutto italiani. Ampie porzioni della comunità LGBT – anche tra chi ha specificato di non voler mettere da parte le molestie di cui è accusato – hanno accolto con gioia l’uscita dall’armadio del protagonista di House of Cards, idolo di milioni di persone.

comingout1Ma sono le parole spese dall’attore del New Jersey a essere interessanti e a porre una domanda importante: il coming out, quando si sceglie di farlo, è sempre una cosa buona? Stando a quanto sopra specificato, verrebbe da pensare di sì. Proprio perchè non è semplice, la sua valenza rimane, al di là della forma. Se però si legge il messaggio col quale Spacey è uscito allo scoperto, sorgono dei dubbi. In primo luogo, la scelta di accostare l’ammissione della propria omosessualità, alle scuse per aver sessualmente molestato un quattordicenne non fanno che corroborare la dolosa associazione tra omosessualità e pedofilia ancor oggi frequente sulle bocche di diversi omofobi. Ma non solo: il premio Oscar per “American Beauty” specifica di aver “amato sia uomini che donne”,  e di aver “scelto di vivere da uomo gay”. Parole che si rivestono di numerose ambiguità, e che si muovono sul confine di una malintesa definizione di bisessualità e la – neppure troppo velata – idea che essere omosessuali rientri nel dominio della scelta.

Senza contare che porsi, a fronte di un accusa, all’interno di una minoranza discriminata, facilmente finisce con il trasformarsi in una goffa richiesta di compassione. A rincarare la dose, ci ha pensato il fratello di Spacey, Randall Fawler, raccontando come il padre dei due fosse “un nazista” che violentava i figli, vietava loro di invitare amici perchè non vedessero le foto di uomini e donne nude alle pareti. Di muovo, parole in cui sembra risuonare una eco di correlazione fra l’omosessualità e il drammatico ambiente familiare. Una concatenazione di sfumature, tutt’altro che minime, che denotano se non altro una vistosa e dolorosa forma di omofobia interiorizzata, se non ci si vuole accodare alla torma di giustizieri della rete e intravedervi qualcosa di peggiore come la convinzione che simili correlazioni siano oggettive. Altri esponenti della comunità LGBT, tra cui la presidente di Glaad. Associazione che si occupa di come la comunità è rappresentata nei media, ha specificato che quella di Spacey non è la storia di un coming out, semmai quella di un uomo, Rapp, sopravvissuto alle violenze. “Il coming out” chiarisce “non può essere usato per “distrarre dalle conseguenze di una molestia”.

Ad essere in discussione è il valore del gesto: un coming out parziale, ambiguo, che sceglie o cade superficialmente nel metodo e nel momento sbagliato (se di superficialità si può parlare per  personaggi che hanno squadre di portavoce) è ugualmente valido?
È opportuno ricordare una cosa. Il coming out è un gesto prezioso. Coraggioso, non banale. Per nessuno, famoso o meno. E un gesto che porta conseguenze spesso più grandi di chi lo fa. Proprio per questo, il coming out deve restare non un dovere, ma una libera scelta. Una porzione così importante della propria vita non può essere sottoposta a obblighi. Ma neppure a mistificazioni. Non si è tenuti a fare coming out. Ma non è nemmeno necessario farlo.

Se avviene, deve poter essere senza ombre che possano allungarsi a coprire  le nostre parole, ma anche i volti di chi è come noi. Agire diversamente da come si parla può generare danni peggiori del silenzio. L’uscita dall’armadio è liberatrice. Ma deve avvenire in piena luce. Altrimenti – posto che l’intento non sia il proprio personale vantaggio – meglio il silenzio.

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