Salute e Libertà di scelta

A casa con un nemico chiamato cibo

A cura di Ilaria Prazzoli

 

Sebbene dal 4 maggio le misure restrittive che limitano gli spostamenti siano state allentate, ai cittadini è ancora richiesto lo sforzo di restare a casa il più possibile. Con il protrarsi della reclusione, dunque, il cibo non è più una semplice necessità, ma per molti è diventato anche un piacevole passatempo. Cantanti che si dilettano ai fornelli, attori che sfornano pizze e focacce, influencer che ironizzano su un loro ipotetico aumento di peso. Insomma, ultimamente i social network pullulano di contenuti alimentari. Purtroppo però, sono due milioni le persone che in Italia non riescono a scherzare su questo argomento, e che ora sono chiuse in casa proprio con il loro peggior nemico: il cibo. Si tratta di tutti coloro che soffrono di disturbi alimentari, come anoressia, bulimia nervosa e binge eating disorder. Patologie mentali che nel silenzio e nella solitudine trovano un terreno ancora più fertile. 

 “Qualche tempo fa, dopo che in seguito a una brutta storia avevo preso a mangiare in modo incontrollato, mi sono chiusa in casa per tre anni. Il cibo era l’unico conforto dal dolore, e da una società che non capiva le persone come me. Poi sono guarita, o almeno migliorata, ma ora che il Coronavirus ha costretto tutti a casa, il mio terrore è quello di ricadere nel baratro.”

Così racconta la scrittrice Costanza Rizzacasa D’Orsogna sulle pagine di «Sette», il settimanale del «Corriere della Sera». L’intento della sua testimonianza è quello di dare visibilità ad+ un problema insidioso, presente più di quanto si creda, ma spesso minimizzato o invisibile agli occhi dei più. Se, infatti, per chiunque la solitudine, la lontananza dai propri affetti e la reclusione sono situazioni complicate da gestire, per chi soffre di DCA (Disturbi del Comportamento Alimentare) possono rivelarsi un pericolo letale.

L’opinione degli esperti è unanime: l’isolamento è il miglior alleato dei disturbi alimentari. Chi, prima della pandemia, aveva trovato il coraggio di chiedere aiuto, grazie alle terapie e ai gruppi di sostegno cominciava finalmente a vedere la luce in fondo al tunnel. Ma poi, brutale e inaspettato, è sopraggiunto il virus a destabilizzare routine e processi di recupero. Chi ha sofferto di DCA sa bene quanto un repentino cambio di abitudini (di vita, alimentari e sportive) possa causare ricadute in vortici auto-distruttivi. E rimanere soli, senza nessuna figura accanto che sappia mantenere un appiglio con la realtà, può essere deleterio. 

L’isolamento può far perdere il controllo, in una direzione o nell’altra. Si può prendere in esame, per esempio, il caso di una persona che soffra di anoressia. Per quest’ultima, assicurare al proprio corpo una certa quantità di attività fisica ogni giorno costituirebbe un modo per mantenere l’equilibrio e non cadere nel baratro. Ma con il lock-down da Covid-19 in molti casi questa attività fisica sarebbe stata drasticamente ridotta. Così, non potendo più tenere sotto controllo il rapporto tra calorie assunte e quelle bruciate, potrebbe cominciare a pensare di non meritare più il cibo, smettendo così di nutrirsi. 

Allo stesso modo, una persona bulimica che – grazie al sostegno di esperti e psicologi – sia riuscita a controllare le cosiddette “abbuffate”, ora si ritroverebbe da sola ad affrontare una situazione di grande stress. Privata delle sedute di terapia, in un batter d’occhio per lei il cibo potrebbe tornare a essere una valvola di sfogo. 

Purtroppo, a differenza di altri Paesi, in Italia ai DCA non sempre viene riconosciuta l’importanza che meritano. La prova di quanto questo problema venga fortemente minimizzato è fornita dalla società stessa. Viviamo in una società che ha propagato lo stereotipo della persona “grassa” come svogliata e ingorda; una società che ironizza continuamente sull’obesità. L’opinione più radicata è credere che tutte le persone in sovrappeso trascorrano le proprie giornate a mangiare cibo spazzatura davanti alla TV, situazione che sarebbe certamente diversa se solo ogni tanto si alzassero dal divano e facessero una corsetta. In pochissimi sono davvero consapevoli che esistono patologie mentali alla pari di qualsiasi malattia fisica, e che come tali vanno curate. Il disturbo alimentare è un mostro insidiato nella mente che, se non prontamente combattuto, logora spirito e corpo fino alla morte. 

Come pretendere, però, che queste persone possano sperare di guarire, se la società in cui vivono è immersa fino al collo in stereotipi di perfezione estetica? Mai come in questi tempi di pandemia, infatti, la costante preoccupazione della popolazione sembra essere quella di ingrassare. Il pensiero di essere giudicati dagli altri, una volta usciti dalle proprie case, è un tarlo assillante. Come afferma la dietista Veronica Bignetti, “viviamo in una psicosi generalizzata da grasso“. Se la nostra fosse una società sana, l’unica speranza delle persone sarebbe quella di debellare la pandemia, augurandosi, magari, di riuscire a rivedere il mare quest’estate. Nessuno si preoccuperebbe di qualcosa di così futile come giudicare la “prova costume” altrui.  Purtroppo, però, la nostra non è una società sana: la “grassofobia” che dilaga nel XXI secolo ha offuscato la mente e gli occhi dei più. E il giudizio estetico è ormai un automa radicato nella mentalità umana.                                                                                                                                                                            

E’ per questo motivo che ci scappa un sorriso spontaneo di fronte al fotomontaggio di un influencer che applica il proprio viso su corpi in sovrappeso, scrivendo “Questa sono io dopo la quarantena”. Ma ricordiamoci che mentre noi ridiamo, ci sono persone che per gli stessi argomenti piangono tutte le notti.  

 

FONTI:

‘’Isolamento, il baratro del cibo’’, Costanza Rizzacasa D’Orsogna, 7Corriere, numero del 10/04/2020

vice.com

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